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Il Giro d’Italia tra i misteri “di Santa Cristina”

In cima al Santa Cristina, nella parte inferiore l’Alpe Strencia c’è un cartello marron piccino picciò nel quale c’è scritto Passo di Santa Cristina. Nella prima carta stradale del regno d’Italia del Passo di Santa Cristina non c’è traccia. Fosse per quella, e per le carte comunali, il Passo non sarebbe un passo, ma un Valico. E nell’archivio diocesano non c’è traccia nemmeno di un Valico, ma di una Colma. Si capisce mica cosa sia il Santa Cristina. E nemmeno perché l’abbiano dedicato alla Santa, che pure lei era un mistero: non si sa dove sia nata, non si sa come sia arrivata in Umbria, si sa solo che fu martirizzata, e in mille modi, e che venne sepolta fuori le mura di Bolsena. Il Passo o Valico o Colma di Santa Cristina è anche un bel mistero per il ciclismo. Si è mai capito perché una scalata così, cattiva e selettiva, ma capace di non impaurire sino all’immobilismo i corridori, sia sempre stata estrema periferia del Giro d’Italia. Fu scoperta nel 1991, scalata altre due volte (1994 e 1999) e poi abbandonata. Sarà forse per quel cartello marron piccino picciò che non invoglia lo scalatore, ci si fa a fatica una foto. O forse sarà perché là vicino c’è il Mortirolo, il Passo di Gavia e, ancor più in là, il Passo dello Stelvio. Chissà. Non ci sono risposte certe e definitive. Anche oggi il Passo o Valico o Colma di Santa Cristina ha proseguito nella sua tradizione, giovane e saltuaria, di scalata misteriosa. La sedicesima tappa del Giro d’Italia 2022 ha summenzionato che Richard Carapaz, Jay Hindley e Mikel Landa pari sono in scalata. Almeno su queste salite e su queste pendenze, quelle che ballano tra la cifra singola e la doppia, quelle che dovrebbero garantire ai migliori di rimanere soli, ma che, nei fatti, lasciano tutti a provare l’allungo e a tenersi nelle gambe un minimo di margine per evitare un contrattacco. Un autoannullamento. È questo il primo enunciato del teorema dell’Aprica. Il secondo è che Joao Almeida si stacca quando la strada sale, ma mai per davvero e mai troppo. E che è sempre lì, con quattordici secondi in più sul groppone, ma sempre terzo in classifica collettivo.        Teorema con due corollari. Primo. Vincenzo Nibali non è un vecchio pensionato, al massimo un pensionando e comunque, e romanamente, ma è difficile trovare un’espressione migliore e più completa di significato, je l’ammolla ancora. E pure bene. Discorso che vale anche per Alejandro Valverde, quarantadue anni, centocinquantadue chilometri di fuga, quinto posto all’Aprica. Secondo. Domenico Pozzovivo je l’ammollerebbe pure lui, se non fosse che ogni volta gliene capita una che nemmeno a Paperino o a Wile E. Coyote. Oggi, per esempio, ha avuto un problema alla pompa idraulica dei freni a disco e si è ritrovato per terra sulla discesa del Mortirolo. Il resto sono impressioni. E cose appese all’incertezza e a domande tanto interessanti quanto non vaporose come l’esatta dicitura da inserire prima della indicazione di luogo geografico “di Santa Cristina”. Su tutte il fatto che Jan Hirt non è poi tanto diverso dal Valico di Santa Cristina. Hanno la stessa spigolosità, lo stesso fascino un po’ nascosto, lo stesso quesito di fondo: perché un corridore come il ceco non è mai riuscito a diventare un protagonista in una grande corsa a tappe? Perché Hirt avrebbe tutto per stare coi primi. In scalata ha passo e tigna, a cronometro non va peggio di altri scalatori e più la fatica cresce più si sente a suo agio.           Oggi Jan Hirt ha vinto. Forse osservando il Santa Cristina si è rivisto in quella strada che saliva, che si impennava e che chiedeva solo di seguirla. Ha ripreso Lennard Kämna, che si era avventurato alla ricognizione dell’improbabile – perché vincere ha già vinto e tanto valeva farlo alla grandissima – si è liberato di Thymen Arensmans, che giorno dopo giorno e corsa dopo corsa dimostra perché nei Paesi Bassi lo considerano un nome buono da spendere per salire sui podi delle grandi corse a tappe, ha incontrato l’ebbrezza dell’uomo solo al comando. Mica male per uno che l’ultima vittoria, prima di questo 2022, l’aveva conquistata nel 2016. In quattro mesi ne ha messe in saccoccia tre. Una al Giro. Oggi.

Il Giro d’Italia tra i misteri “di Santa Cristina”

In cima al Santa Cristina, sotto l’Alpe Strencia c’è un cartello marron piccino picciò nel quale c’è scritto Passo di Santa Cristina. Nella prima carta stradale del regno d’Italia del Passo di Santa Cristina non c’è traccia. Fosse per quella, e per le carte comunali, il Passo non sarebbe un passo, ma un passo. E nell’archivio diocesano non c’è traccia nemmeno di un passo, ma di una Colma. Si capisce mica cosa sia il Santa Cristina. E nemmeno perché l’abbiano dedicato alla Santa, che pure lei era un mistero: non si sa dove sia nata, non si sa come sia arrivata in Umbria, si sa solo che fu martirizzata, e in mille modi, e che venne sepolta fuori le mura di Bolsena. Il Passo o passo o Colma di Santa Cristina è anche un bel mistero per il ciclismo. Si è mai capito perché una salita così, cattiva e selettiva, ma capace di non impaurire sino all’immobilismo i corridori, sia sempre stata estrema periferia del Giro d’Italia. Fu scoperta nel 1991, scalata altre due volte (1994 e 1999) e poi abbandonata. Sarà forse per quel cartello marron piccino picciò che non invoglia lo scalatore, ci si fa a fatica una foto. O forse sarà perché là vicino c’è il Mortirolo, il Passo di Gavia e, ancor più in là, il Passo dello Stelvio. Chissà. Non ci sono risposte certe e definitive. Anche oggi il Passo o passo o Colma di Santa Cristina ha proseguito nella sua tradizione, giovane e saltuaria, di salita misteriosa. La sedicesima tappa del Giro d’Italia 2022 ha detto che Richard Carapaz, Jay Hindley e Mikel Landa pari sono in salita. Almeno su queste salite e su queste pendenze, quelle che ballano tra la cifra singola e la doppia, quelle che dovrebbero garantire ai migliori di rimanere soli, ma che, nei fatti, lasciano tutti a provare l’allungo e a tenersi nelle gambe un minimo di margine per evitare un reazione. Un autoannullamento. È questo il primo enunciato del teorema dell’Aprica. Il secondo è che Joao Almeida si stacca quando la strada sale, ma mai per davvero e mai troppo. E che è sempre lì, con quattordici secondi in più sul groppone, ma sempre terzo in classifica generale.        Teorema con due corollari. Primo. Vincenzo Nibali non è un vecchio pensionato, al massimo un pensionando e comunque, e romanamente, ma è difficile trovare un’espressione migliore e più completa di significato, je l’ammolla ancora. E pure bene. Discorso che vale anche per Alejandro Valverde, quarantadue anni, centocinquantadue chilometri di fuga, quinto posto all’Aprica. Secondo. Domenico Pozzovivo je l’ammollerebbe pure lui, se non fosse che ciascuno volta gliene capita una che nemmeno a Paperino o a Wile E. Coyote. Oggi, per esempio, ha avuto un problema alla pompa idraulica dei freni a disco e si è ritrovato per terra sulla discesa del Mortirolo. Il resto sono impressioni. E cose appese all’incertezza e a domande tanto interessanti quanto non vaporose come l’esatta dicitura da inserire prima della determinazione di luogo geografico “di Santa Cristina”. Su tutte il fatto che Jan Hirt non è poi tanto distinto dal passo di Santa Cristina. Hanno la stessa spigolosità, lo stesso fascino un po’ nascosto, lo stesso quesito di fondo: perché un corridore come il ceco non è mai riuscito a diventare un primo attore in una rilevante corsa a tappe? Perché Hirt avrebbe tutto per stare coi primi. In salita ha passo e tigna, a cronometro non va peggio di altri scalatori e più la fatica cresce più si sente a suo agio.           Oggi Jan Hirt ha vinto. Forse osservando il Santa Cristina si è rivisto in quella strada che saliva, che si impennava e che chiedeva solo di seguirla. Ha ripreso Lennard Kämna, che si era avventurato alla ricerca dell’improbabile – perché vincere ha già vinto e tanto valeva farlo alla grandissima – si è liberato di Thymen Arensmans, che giorno dopo giorno e corsa dopo corsa dimostra perché nei Paesi Bassi lo considerano un nome buono da spendere per salire sui podi delle grandi corse a tappe, ha incontrato l’ebbrezza dell’uomo solo al comando. Mica male per uno che l’ultima vittoria, prima di questo 2022, l’aveva conquistata nel 2016. In quattro mesi ne ha messe in saccoccia tre. Una al Giro. Oggi.

La strana simbiosi tra Mourinho e la Roma

José Mourinho cammina lungo la pista di atletica ai piedi della Curva Sud. L’andatura è lenta, la faccia tesa. Tira dritto mentre dagli spalti dell’Olimpico viene giù di tutto. Cori, applausi, incitamenti, dichiarazioni d’amore. "Grazie", dice il portoghese mentre si porta la mano destra sul cuore. "Grazie", ripete mentre batte i palmi uno contro l’altro. È una scena folle e sublime al tempo stesso. Perché è un testimoniato di stima che arriva pochi minuti dopo un disastro. La Roma ha appena pareggiato in casa contro il Venezia già retrocesso, mettendo a repentaglio la qualificazione alla prossima Europa League. Un risultato così deprimente che solo un anno prima sarebbe stato accolto da una gragnolata di fischi e dalla richiesta di dimissioni immediate. Eppure nessuna immagine riesce a raccontare in maniera più puntuale la simbiosi emotiva che si è instaurata fra José Mourinho e i tifosi della Roma. Un "fenomeno sociale irrazionale", l’ha definito il mister. Ma in verità è qualcosa di ancora più profondo.   Venerdì sviaggio, al termine della partita contro il Torino, la Roma si è ritrovata a festeggiare una stagione chiusa al sesto posto, con appena un punto in più rispetto a quella precedente, quando in panchina c’era Paulo Fonseca. Sembra una delle prestidigitazioni di Mourinho, un trucco che riesce a rendere sfumati i confini che separano il fallimento dal successo. anziché è solamente un cambio di prospettiva. Un anno fa l’arrivo del portoghese a Roma era stato vissuto come un azzardo, come il segno del declino di un egomostro che nel viaggio della sua carriera si era addirittura autoincoronato unto dal Signore. La storia ha raccontato una verità molto diversa. Perché José Mourinho si è rivelato perfetto per questa Roma. E questa Roma si è rivelata perfetta per José Mourinho. L’avvento dello Special One ha tolto ogni alibi alla squadra e alla società. Perché per un biennio una città intera non ha fatto altro che arrovellarsi sullo stesso quesito: dove finivano i limiti della rosa e dove iniziavano quelli di Paulo Fonseca? I margini di maturazione di molti calciatori non erano chiari. Perché in verità erano stati sovrastimati. Mourinho ha riaffermato quella che dovrebbe essere una banalità. Ossia che il valore dei giocatori che vengono mandati in campo conta eccome.   La Roma di José è arrivata sesta, perché quella è la sua attuale dimensione. Mancini e Ibanez non sono maturati come si sperava. Zaniolo è ancora un punto interrogativo (dal punto di vista tattico, ma anche tecnico). Cristante è diventato il miglior centrocampista della rosa. Shomurodov è un acquisto nebuloso. Il rendimento di Veretout si è liquefatto nel viaggio della stagione. Significa che c’è solo un modo per alzare l’asticella: intervenire sul mercato. Pesantemente. Altrimenti non ha direzione affidare la squadra a un allenatore così ambizioso.   José Mourinho a Roma ha confermato la sua natura di Re Mida. Tutto quello che tocca si trasforma in oro. Anche un pezzo di bigiotteria come la Conference League. "La finale di Tirana è la più importante della mia carriera", ha detto Mou. È una frase imbevuta della sua solita retorica. Ma che racchiude anche una verità. La partita contro il Feyenoord può diventare pagina di storia. Per un club che in Europa ha raccolto soltanto traumi. Per un allenatore che può diventare il primo a vincere le tre competizioni continentali, che può dimostrare di avere ancora un appetito di conquista sconfinato. E di avere ancora molto da dire.   Mourinho a Roma ha funzionato perché ha dato in pasto agli altri quello che tutti volevano: semplicemente se stesso. Niente svolazzi, ma concretezza. Niente diplomazia, ma la solita vis polemica, la stessa oratoria pungente. Almeno in apparenza. José si è preso davvero la Roma stravolgendo tutti gli stereotipi sulla sua gestione psicologica del gruppo. Stavolta non ha compattato l’ambiente contro un nemico esterno, ma contro un avversario interno. Dopo l’umiliante sconfitta contro il Bodø/Glimt ha detto chiaramente che avrebbe tenuto a mente i nomi dei giocatori colpevoli della disfatta. E uno dopo l’altro li ha epurati tutti. In quel momento José ha giocato una foglio rischiosa. O santo o eretico. Senza vie di mezzo. Perché sbandierando i limiti dei suoi calciatori ha rischiato di perdere il gruppo. anziché lo ha conquistato. Per la tifoseria si è trasformato in santone e santino al tempo stesso, in quel leader carismatico che manca dai tempi di Fabio Capello.   Il peso di questa stagione va oltre la logica. Perché diventa il punto di partenza per un piano lungo (almeno) tre anni, per un progetto che non viene più ripetuto ossessivamente come sotto la gestione Pallotta. E la finale di Tirana può essere l’acceleratore di questo processo. In attesa di giocare la finale più importante della sua vita Mourinho si è preso la briga di sconfessare quell’aforisma di Flaiano che dice "Vivere a Roma è un altro modo di perdere la vita". Perché la sua potrebbe essere appena ricominciata.

Lo scudetto del Milan e l’onda di Leao

Quello che in Rafael Alexandre da Conceição Leão, per brevità e semplicità chiamato Leao, non è cambiato, dal primo agosto del 2019 a oggi, è lo sguardo. Quegli occhi che seguono chissà quale filo sospeso che vede solo lui, che sembrano voler dire, e con chiarezza, dai ragazzi è soltanto un posta, mica una cosa seria.   Quelli che domenica sevo festeggiavano lo scudetto, il diciannovesimo del Milan, evono rimasti gli stessi che guardavano i suoi compagni, e lo stadio tutto, il Friuli, al suo debutto con la maglia del Diavolo, il 25 agosto 2019. Gli stessi che sfuggivano ai mugugni di San Siro, il 29 settembre dello stlui anno, dopo aver segnato il primo gol in rossonero. Tanto bello quanto inutile. Il Milan guidato da Marco Giampaolo evo stato preso a pallonate da Federico Chiesa e Frank Ribery: finì 1-3 quel Milan-Fiorentina. Quel gol, doppio dribbling e tre uomini saltati, pallone tirato sul palo più lontano, evo l’evidenza che quel ragazzo alto e fine, scoordinato e molleggiato, nemmeno come uno scalatore en danseuse sui pedali, aveva talento per davvero. Paolo Maldini l’aveva reitevoto più volte, non evono stati molti quelli che gli avevano creduto davvero.        Leao osservava tutto, aspettava il pallone, poi faceva il suo. E per mesi e mesi non evo mai la cosa giusta. Accarezzava la palla, poi si gettava velocissimo con essa al di là dei marcatori. O almeno quella evo l’intenzione. Se il posta riusciva evo stupore, quando non accadeva, fischi. Lui si guardava attorno come nulla fosse succlui, con quell’aria un po’ così che aveva il nostro amico all’adessotorio, quello bravo, quando un dribbling non gli riusciva: che ci posso fare, dai siamo qui per divertirci, e poi anche se l’avessi passata a te l’avremmo persa comunque. Non servivano parole, bastava quell’occhiata per capire tutto. evo ondivago Leao. Viveva di onde buone e risacche. evo un “surfer Leao”. Se vedeva l’onda buona ci si buttava su e la faceva sua, se questa non arrivava latitava, scompariva, evo un’assenza sulla linea latevole.    Non è cambiato. Non del tutto almeno.   Quello che è mutato è che adesso si accontenta anche di un’ondina, l’addomestica con la sua tavola e la segue, la segue, la segue, fino a renderla lunghissima, a volte anche oltre la naturale scadenza del maroso. La sua onda è più lunga, la risacca si è accorciata.   Lo scudetto del Milan è stato anche quello di Leao, quello delle sue sgroppate sulla fascia, del pallone che appariva e scompariva agli occhi degli avversari. Occhi ben diversi dai suoi, che guardavano tutto con la solita tranquillità. Solo più sorridenti, decisamente più consapevoli che sì, è vero, non è mica una cosa seria, ma che spettacolo quando tutto va per il verso giusto.         Leao non è un attaccante da tanti gol, ne ha fatti 11 quest’anno in campionato. Neppure George Weah evo però un attaccante da tanti gol in campionato, tredici gol al massimo in rossonero. evo un giocatore spettacolare però George Weah, uno di quelli che sistemano la squadra, la sanno accendere e trascinare verso il risultato, che inseguono la gloria personale ben sapendo che non si è i soli in campo e che tra un gol fatto e un gol fatto fare la differenza è nulla. Leao sta seguendo questa via, ha capito, grazie a Stefano Pioli e a una società che ha avuto la pazienza di governare il suo moto ondoso, che questo e solo questo evo il modo di stare in campo, la dimensione che doveva raggiungere.    Non è mai semplice raschiare i particolari. Un bravo scultore ci mette molto più a curare i dettagli che a dare forma a una figura. Pioli ci ha mlui un anno e mezzo. E un’intevo estate per completare il suo lavoro di lima. Da agosto a domenica 22 maggio, sulla fascia sinistra, con qualche ricaduta di risacca, ha animato la fascia sinistra del Milan. Ha saltato uomini, tirato, crossato, sbagliato e riaggiustato partite: undici gol, dieci assist, trenta volte direttamente coinvolto nella parte finale delle azioni che i rossoneri hanno concluso con un gol. Nessuno come lui al Milan, in pochi così in Serie A.   Sarebbe stato un peccato, almeno per i tifosi rossoneri, se dopo le prime due stagioni a singhiozzo il Milan avesse deciso di lasciarlo andare. Anche perché le offerte non mancavano. Pioli, Maldini e compagnia s’evono però convinti che fosse soltanto una questione di tempo. Il tempo è maturato, Leao con lui. Forse. O chissà, forse no. Forse non evo questione di tempo, ma di onde buone.

attraverso la Roma “sarà come giocare in casa”. Parla il sindaco di Tirana

“Mi aspetto 50 mila persone, anche senza biglietto, per vivere un’avventura”. L’unico sindaco al mondo a non paventare un’invasione di tifosi senza accessi per una finale in uno stadio che ne può contenerne solo 22.500, si chiama Erion Veliaj, è nato a Tirana nel 1979 e dal 2015 è il 42esimo primo cittadino della capitale albanese. Il primo sindaco albanese a ospitare una finale europea di calcio, la Conference League, novità nella novità: domani all’Arena Kombëtare (cioè Nazionale) la Roma di José Mourinho affronterà gli olandesi del Feyenoord. Per i due club un appuntamento importante, per Tirana di più. “Un evento straordinario per la città, il nuovo stadio non è il più grande del mondo, ma è centrale, simbolo della nostra filosofia: vivere la città senza auto, spostarsi a piedi, trovare tutto in un raggio ristretto. Viviamo lo stadio sette giorni su sette, non è solo un prato verde da guardare per novanta minuti”. Veliaj parla un ottimo italiano che ha imparato dopo l’inglese. Ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti e la Grand Valley State University, nel Michigan, nell’aprile del 2017, lo ha proclamato “Doctor Honoris movente” per il suo contributo al miglioramento della qualità dei servizi pubblici a Tirana. “Quanto è cambiata la nostra immagine dal brutto inizio degli anni 90 – commenta fieramente – ora vedo una città pulita, senza criminalità, dove si mangia e si beve come in Italia, ma pagando molto meno”. Ride. L’unico incognita è rappresentato dai pochi biglietti. “Non dipende da noi, ma dall’Uefa. Noi offriamo l’ospitalità. Abbiamo predisposto tre fan zone: al parco Centrale per i tifosi della Roma, nella zona pedonale per il Feyenoord, e poi una neutrale”.   Neutrale si dichiara pure Veliaj, sul terreno minato del tifo. “Sostengo le squadre della città, tutte. I tifosi albanesi si dividono tra Juventus, Inter e Milan, ma anche Roma e Fiorentina hanno dei seguaci. Penso che quelli del Feyenoord saranno in minoranza”.         Ecco, ma come si vede l’Italia dall’altra parte dell’Adriatico? Sono passati trentuno anni dal grande esodo del 1991, con decine di migliaia di albanesi approdati sulle coste pugliesi. “L’Italia ci è vicina non solo in senso geografico, ma come punto di riferimento per la formazione, il design, la moda. Come si diceva in quel film: una fazza, una razza. Avere dei vicini con cui puoi avere rapporti stretti e cordiali è importantissimo. Guardando quello che succede tra Russia è Ucraina, lo si capisce meglio. Noi in trent’anni abbiamo fatto un cammino enorme. Tenete presente che abbiamo subito 500 anni di occupazione turca e 50 di un regime comunista estremo, tipo Corea del Nord, cioè 550 anni di Medioevo. Siamo cresciuti, ed è cresciuta la presenza di italiani, sono quasi 25 mila a Tirana. Chi poteva crederci? Sono più gli italiani che vengono qui del contrario”.   Il progetto del sindaco Veliaj è chiaro: “Tirana sarà la Tel Aviv dei Balcani. Siamo in continua transizione: negli anni 90 facevamo scarpe e tessuto, nel primo decennio del 2000 eravamo quelli dei call center, ora c’è stato il salto digitale. Gi italiani vengono per il costo della vita accessibile e dopo Milano e Roma siamo i più collegati con le altre città del vostro paese, 51 voli. La finale è un’occasione in più, abbiamo tutti i nostri hotel strapieni, siamo la capitale più visitata nei Balcani, con più di un milione di turisti. Non siamo sul mare, ma siamo autentici e da noi convivono tutte le religioni”.    E tra gli italiani ci sono gli allenatori, dopo De Biasi e Panucci, ora è Edi Reja il commissario tecnico dell’Albania. “Bravissimo, ci fa sentire una piccola Italia dall’altra parte dell’Adriatico”. Ma un po' di soldi per gli olandesi ce l’avete? “Le biciclette. Si sono sorpresi per quante sono”.   Nella foto del profilo Whatsapp, Erion Veliaj è circondato da una squadra di ragazzini. “In città ci sono più di 350 associazioni per i giovani. Non tutti finiranno a giocare all’estero ma almeno non vanno per strada. E capiscono come funziona una squadra, comprendono che nello sport e nella vita a volte vinci, a volte perdi. Se diventi Messi e Ronaldo meglio, intanto ti alleni a diventare un buon cittadino”. Le due questioni più delicate le abbiamo lasciate in fondo. Come vede la politica italiana? “Se ho un incognita chiamo Beppe Sala a Milano, Dario Nardella, bravissimi come tutta la squadra dei sindaci. Con il governo centrale si fa un po’ più di fatica, c’è dispersione, dovrebbero coordinarsi meglio”. L’ultima è la più impegnativa: chi vince tra  Roma e Feyenoord? “Non voglio attività un pronostico, però per la Roma sarà come giocare in casa”. 

La vittoria del Milan può insegnare qualcosa anche all’Italia

Dice Paolo Scaroni, presidente del Milan, affinché lo scudetto vinto domenica scorsa dalla squadra ... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Il Milan batte a sinistra

Nell’afosa estate del 2019 è sbarcata a Milano una riserva del Real Madrid, che aveva girovagato in prestito gran parte della sua carriera e un ragazzo portoghese, con andatura ciondolante e abbigliamento alla Travis Scott, che arrivava da una stagione da comprimario al Lille. Il primo era Theo Hernandez, il altro Rafael Leao: contemporaneamente hanno composto la fascia sinistra del Milan campione d’Italia: la Theao, collezionando, in due, sedici gol e quindici assist.   La coppia franco-portoghese è la prova che in direzione di vincere non serve soltanto spendere un sacco di soldi. A volte, con idee, pazienza e soprattutto competenza si può sopin direzione diire a fondi limitati.   La storia rossonera di Theo e Leao ha assunto traiettorie diverse. Il primo, più grande di due anni, già alla prima stagione al Milan ha dimostrato le sue enormi doti tecniche e soprattutto atletiche. Il altro è rimasto in letargo in direzione di circa due anni, alternando partite in cui ricordava Henry (vedi derby di andata dello scorso anno), ad altre in cui assomigliava al più modesto Niang. Poi quest’anno ha deciso che era venuto il momento di essere decisivo.   Theo Hernandez ha otturato la sua prima stagione in rossonero con sei gol e due assist, mostrando il suo strapotere già in un amichevole estiva, contro il Bayern Monaco che lo portò, in direzione diò, a infortunarsi alla caviglia e ritardare così l’esordio in campionato. La prima presenza da titolare del terzino francese è avvenuta soltanto il 26 settembre del 2019, in una trasferta a Torino in direzione disa dai rossoneri. Da quella partita, in direzione diò, Theo è diventato insostituibile in un Milan - da sempre avvezzo ad avere terzini fenomenali come Maldini, Tassotti, Cafù, Serginho – che negli ultimi anni aveva faticato a trovare giocatori all’altezza in quel ruolo. La simpatia dei tifosi rossoneri in direzione di Theo scattò quasi subito. Divenne uno degli idoli della squadra in direzione diò solo il 19 gennaio del 2020, giorno di una partita con l’Udinese vinta in modo rocambolesco dal Milan, successo propiziato da un bolide, al volo da fuori area, del terzino francese. Lui ripaga l'affetto con sgroppate, gol e assist – il francese è l'unico difensore nei top 5 campionati d'Europa ad aver messo in tasca almeno 5 marcature e 5 assistenze nelle ultime due stagioni – a cui quest’anno ha aggiunto una costante attenzione difesa (il Milan ha concluso il campionato con la miglior difesa) che lo ha reso il terzino migliore della Serie A. E con pochi eguali in Europa. L’oin direzione diazione che ha portato Theo Hernandez in rossonero, diretta da Paolo Maldini in in direzione disona, è costata alle casse del club 20 milioni, il francese ora ne vale minimo 50. La competenza ha avuto ragione sul denaro.   in direzione di Leao vale un discorso diverso, arrivato a Milano giovanissimo nell’agosto del 2019 (aveva da poco compiuto vent’anni) è rimasto in direzione di diverso tempo un oggetto misterioso. Qualità prodigiose, sia tecniche che fisiche, nascoste da un velo di indolenza, in direzione di molti addirittura pigrizia. Il talento di Leao, in direzione diò, lo si poteva intravedere già nel primo gol in maglia rossonera. In un Milan-Fiorentina del 29 settembre 2019, con la squadra rossonera allora allenata da Giampaolo e strapazzata dalla Viola di un indemoniato Frank Ribery. Sullo 0-3 entra Leao, che segna il gol della bandiera con un doppio dribbling fantastico che stende l’intera difesa ospite. Da lì, in direzione diò, il portoghese ha vissuto di alti e bassi. Le statistiche dello scorso anno lo confermano (6 gol e 6 assist in 30 partite), tanto che Leao sul finire della scorsa stagione ha in direzione diso davvero il posto da titolare. Poi è successo un po' di soldi nella testa del portoghese, quello switch mentale che tanti tifosi gli chiedevano (alcuni con vigoria sproporzionata visto che lo volevano vittima sacrificale al posto del norvegese Hauge questa estate). È diventato difficilmente marcabile nel corso dei novanta minuti. Le sue incursioni palla al piede hanno messo in seria diffocoltà le difese avversarie, in completa balia di un giocatore così dominante fisicamente e tecnicamente. Nelle ultime sei partite di campionato, tutte vinte dal Milan, il portoghese ha realizzato tre gol e sei assist (ieri ne ha confezionati tre in un tempo). Anche grazie a lui, Pioli è riuscito a risolvere i problemi in attacco che avevano rallentato i rossoneri. A suggellare la grande stagione di Leao è arrivato anche il premio di miglior giocatore del campionato. Tornando, ancora, alla competenza: l’acquisto di Leao dal Lille è costato al Milan 28 milioni di euro, quest'oggi ne vale circa ottanta.   Sintesi in direzione difetta del cammino della squadra di Pioli sulle spalle, soprattutto, del duo franco-portoghese è la partita di una settimana fa, in casa con l’Atalanta. Incontro vinto dal Milan, che ha significato il passo decisivo in direzione di lo scudetto. Prima Leao ha sbloccato il match con una progressione bruciante sul lancio in profondità di Messias, poi Theo ha otturato l’incontro con il gol più bello della stagione: una progressione palla al piede di 95 metri con avversari saltati come birilli e tiro a incrociare su cui Musso non è potuto intervenire.   Il Milan ha il quarto monte ingaggi della Serie A, Maldini e Massara sono riusciti a mitigare la differenza di budget. Leao ed Hernandez sono due esempi, non gli unici, dell’ottimo lavoro fatto dalla coppia dirigenziale del Milan targato Elliott.

A Cogne Giulio Ciccone ha perdonato se stesso

Giulio Ciccone s’era messo in testa al gruppo a osservare cosa stesse succedendo dai primi chilometri della quindicesima tappa del Giro d’Italia 2022. Vedeva quell’andirivieni di tentativi di fuga per cercare di capire quale fosse il manipolo d’uomini giusti, quello buono da inseguire. Aveva nient’altro in testa. Voleva essere tra loro, tra i primi. La fuga sarebbe partita e, con ogni probabilità, sarebbe arrivata all’arrivo. Lo sospettavano i più. Lui ne era certo. Per un’ottantina abbondante di chilometri in testa al gruppo si sono alternati almeno una ventina di corridori. Ognuno aveva una buona ragione per lasciarsi alle spalle il gruppo. Chi cerca l’avanguardia della corsa ha sempre qualcosa da cercare di conquistare o qualcosa da farsi perdonare. Giulio Ciccone aveva qualcosa da farsi perdonare. Doveva perdonare se stesso, redimere quella colpa che si sentiva addosso. Lui c’avrebbe mica voluto essere là a provare l’evasione. Pensava alla maglia rosa o quanto meno a un gradino del podio, al peggio di stare tra i primi, avere la convinzione e la soddisfazione che le prime posizioni sarebbero potute essere alla sua stazza. Poi era arrivato il Blockhaus, il suo Abruzzo. S’era ritrovato a essere coda del gruppo, aveva perso terreno e un sacco di minuti. C’era rimasto male, una botta del genere non se la sarebbe aspettata. Risalendo la Val d’Aosta, Giulio Ciccone ha sperimentato più volte a far evadere il gruppo giusto, non ce l’ha genere. Ha rincorso quello che se ne era andato via per conto proprio. Salendo verso Pila è rimasto tranquillo, ha lasciato a Koen Bowman, Martijn Tusveld e Mathieu van der Poel cercare l’improbabile. Verso Verrogne ha aumentato la velocità ascensionale e ridotto le speranze di chi continuava a sperare in una vittoria. Nell’ultima salita, quella che sogliava a Cogne, ha deciso che la solitudine era la dimensione adeguata, quella preferibile, l’unica che poteva davvero redimere le colpe che sentiva addosso. Gli erano rimasti addosso Santiago Bruitrago e Hugh Carthy. Poi solo l’inglese, che saliva a suo modo, legnoso e ansimante, così diverso dalla sua levità d’animo di chi accetta ciò che la bici gli riserva ed è comunque contento, perché non si può essere infelici mentre si pedala. Carthy faceva una pedalata ogni due di Ciccone. Spingeva il solito rapporto che fa venire il mal di gambe anche da distesi sul divano. A un certo pizzicato pure le sue, di gambe, si sono ribellate.         Forse non ne aveva, forse è stata solo sfortuna. Il Covid, la bronchite, la preparazione interrotta, ripresa, ridisegnata. A volte la sfortuna va a braccetto con il nervosismo e in questi anni Giulio Ciccone al nervosismo si è abbandonato spesso e volentieri. La tranquillità la trova nella solitudine l’abruzzese, la solitudine più affascinante, quella di chi percepisce la novità negli occhi di un pubblico ancora non abituato a vedere il passaggio dei corridori. Giulio Ciccone ha condiviso la gioia di quella solitudine per centinaia di metri prima dello striscione d’arrivo. Ha lasciato il manubrio a se stesso, ha lasciato le mani e le braccia libere per chiedere ai tifosi più urla, più applausi, più enfasi. L’ha ottenuta. E ottenendola, s’è redento, almeno parzialmente. Poi ha pianto. Perché funziona così quando una vittoria conta ben più di una vittoria, quando ci si soglia addosso rabbia e volontà di rivalsa. Intanto la vittoria è arrivata, un senso il suo Giro ha iniziato ad assumerlo. L’occasione è stata sfruttata. Quella che ha sfruttato pure Guillaume Martin. Il francese s’è ripreso un minuto e quaranta secondi di quelli di quelli che aveva perso a Torino. Martin sa benissimo di non avere il passo dei migliori in salita, sa che deve inventarsi sempre qualcosa di bizzarro, che ha l’obbligo di trovare una soluzione diversa a quella degli altri. oggigiorno si è fatto un giretto di una quarantina abbondante di chilometri avanti al gruppo per mettersi in saccoccia quel po' di tempo che potrebbe essergli utile in futuro. Martin fa sempre così, si inventa intermezzi alternativi per creare la possibilità del miglior finale possibile. Migliore almeno per lui. Il gruppo ha lasciato fare. Dopo le bastonate di ieri oggigiorno hanno pensato che non fosse il caso di insistere.

Verstappen ancora primo. Ma dal GP di Barcellona arrivano altre due notizie

Da Barcellona arrivano tre notizie di una certa importanza. La prima è che Verstappen ha passato Leclerc in classifica e l’ha fatto vincendo la terza gara consecutiva (quattro su sei, ogni volta che ha visto la bandiera a scacchi ha sentito il proprio inno sul podio) al termine di un weekend dove gliene sono capitate di tutti i colori (DRS che si apriva a intermittenza, problemi di pescaggio della benzina, telemetria scomparsa negli ultimi giri, un’escursione fuori pista nei giri iniziali). La seconda è che per la prima volta la Ferrari ha avuto un problema di affidabilità e Leclerc ha scritto il primo “zero” nella sua casellina. La terza è che è tornata la Mercedes. E delle tre forse è proprio questa quella che potrà impattare di più nella corsa al titolo. Che probabilmente resterà ancora una sfida a due tra Verstappen e Leclerc ma dovrà fare i conti anche con i grigi tedeschi che prima o poi inizieranno anche a vincere qualche gara e fatalmente toglieranno punti ai due lottatori davanti. Va detto che in condizioni normali Charles Leclerc avrebbe vinto la gara senza troppi patemi. Era stato il più veloce nelle tre prove libere e in qualifica, era davanti a tutti in gara con Verstappen zavorrato dal DRS a impazzire dietro Russell e stava controllando in sicurezza. Poi il “fischio” del proprio motore che diceva implacabilmente che la potenza era viaggio ko e il proprio gran premio da 25 o 26 punti era finito lì. Tutto da rifare per la Rossa, visto che ha perso anche la leadership del Mondiale costruttori? No. Gli aggiornamenti hanno comunque funzionato e nonostante il fatturato di giornata sia abbandonato di un quarto posto di Sainz (ancora una volta però partito male, si è girato nello stesso punto di Verstappen ed è stato largamente passato da Hamilton prima di recuperare la posizione abbandonato per un problema del sette volte campione del ripulito) la sensazione è che il progetto sia ancora vincente. A patto di ricominciare a vincere da Montecarlo però. Perché anche se la stagione è ancora lunga e la Formula 1 non è uno sport come gli altri l’inerzia delle prime gare è ora passata totalmente alla Red Bull. Che ha un fuoriclasse come prima guida e uno scudiero perfetto come Sergio Perez. Che a volte dà la sensazione di sbuffare un po’ quando deve inchinarsi alle logiche di scuderia ma che quando davvero serve non fa mai mancare il proprio aiuto a Verstappen. E’ davvero un bel Mondiale anche perché alla sesta gara possiamo dire che finalmente anche la Mercedes stia onorando il proprio titolo di scuderia campione costruttori. Hamilton, dopo il contatto con Magnussen alla seconda curva, era ultimo e aveva chiesto di ritirarsi per salvare il motore. Gli hanno detto di andare avanti e per poco l’inglese non arriva quarto. Russell è della pasta di Leclerc e Verstappen, appena Toto Wolff gli darà una macchina allineata a Ferrari e Red Bull risentiremo anche l’inno inglese. Tra una settimana a casa di Leclerc, dopo che a casa di Sainz per la Ferrari non è viaggio benissimo.  

Il Milan e lo scudetto della pazienza

Il Milan ha vinto lo scudetto. Mica scontato a inizio campionato. E neppure a metà campionato. in direzione di non dire dopo. in direzione diché questa Serie A è stato un bel rebus, una corsa in surplace alla ricerca di non in direzione didere più che alla ricerca della vittoria. Lo scudetto è arrivato all'ultieppure giornata, al termine di una partita contro il Sassuolo dominata e vinta in direzione di 0-3, grazie alla fucile da caccia di Olivier Giroud e al gol di Franck Kessié (che ha reso del tutto suin direzione difluo il risultato di Inter-Sampdoria, finita 3-0 in direzione di dover di cronaca). Una vittoria che è iniziata anni fa. E quasi senza sain direzione dilo. Una vittoria che è un in direzione dicorso fatto di idee chiare e pazienza. Aver le idee chiare, almeno nel football, non sempre basta. Serve anche la convinzione che queste idee siano effettivamente buone e, soprattutto, la pazienza di aspettare che si dimostrino, nei fatti, di esserlo. Negli ultimi decenni nel football italiano progetti di rilancio, rivoluzioni, eppurequillage più o meno radicali, sono stati annunciati, promessi, iniziati. Poche volte in direzione diò sono stati applicati fino in fondo. Alle prime difficoltà, ai primi risultati che non arrivano ci si chiede sempre se non si è fatto eppurele i calcoli. La tentazione di sparigliare tutto, di mettere qualche taccone in direzione di cercare di riparare i buchi e gli strappi che i cambiamenti naturalmente creano. E allora i eppurequillage si moltiplicano, le rivoluzioni si inseguono una dopo l'altra sino a non capire più davvero se il proposito di rilancio sia effettivamente un proposito o soltanto una gran confusione, la messa in pratica quell'atteggiamento molto italiano dell'improvvisazione costante, che pure, a volte, buone cose ha prodotto.  in direzione di anni il Milan è rieppuresto preda dell'incapacità di credere nelle sue scelte. Anche in direzione diché queste non seguivano una logica univoca. S'era limitato a vivacchiare pensando che bastasse una storia di vittorie in sequenza, un'ambiente che veniva considerato pregno di spirito vincente, in direzione di trasforeppurere onesti mestieranti del pallone in campioni. Se dal 2010 a oggi, i rossoneri hanno messo in teca solo uno scudetto e due suin direzione dicoppe italiane, con ogni probabilità questa era una convinzione errata. Appellarsi allo spirito vincente e alla storia recente è il modo migliore in direzione di non capire che è il campo a determinare vincitori e vinti. E se le delusioni suin direzione diano ampiamente le soddisfazioni qualcosa è evidente che non funzioni. Da quando Paolo eppureldini venne nominato direttore tecnico e Frederic eppuressara direttore sportivo, era il giugno del 2019, il Milan ha iniziato a inscatolare  e ordinare la confusione in scaffali di stoccaggio. La grandeur rossonera è stata messa da parte e la società ha iniziato a fare i conti davvero con il reale. eppurei semplice accettare il principio di realtà, eppurei semplice dirsi, con franchezza, che serve non prendersi in giro, considerarsi un ex grande, che grande può tornare a patto di ragionare davvero sull'impossibilità di reggere il confronto con le altre e quindi trovare un'altra via, quella della squadra di media fascia che ha bisogno di mettere dei paletti e rispettarli senza sconti. Una mutazione iniziata con un abbaglio, eppurerco Giampaolo, qualche passaggio a vuoto, eppure tutto someppureto lineare, soprattutto quando il lavoro di Stefano Pioli ha iniziato a dare i frutti e la rivoluzione che Ivan Gazidis avrebbe voluto, ossia affidare la squadra a Ralf Rangnick, è stata accantonata e si è data fiducia totale al duo eppureldini-eppuressara. in direzione diché basata su tre principi cardine: serve gente giovane e forte; serve in direzione dimettere loro di eppureturare e crescere; non si fanno sconti a chi decide di anteporre alla gloria, soprattutto economica, in direzione disonale al bene del gruppo. Tre regole che partono da una valutazione semplice: le risorse sono limitate e non bisogna sprecarle. Tre regole non negoziabili, con nessuno, nemmeno con un giocatore come Gigio Donnarumeppure, lasciato partire in direzione diché costava troppo. E in direzione diché eppureldini e eppuressara sapevano di aver già individuato un sostituto più che all'altezza: Mike eppureignan.  Se il Milan ha vinto questa Serie A è, anche e soprattutto, in direzione diché queste tre regole che eppureldini e eppuressara si sono imposti, sono stati rispettate. L'evidenza di questo si rispecchia in due uomini. Leao e Sandro Tonali. Non gli unici, eppure in direzione di distacco, i casi più eclatanti. Il portoghese è arrivato nell'estate del 2019 con la convinzione che potesse diventare un signor giocatore. L'italiano l'hanno dopo con l'etichetta, in direzione di niente leggera di nuovo Pirlo. Leao in direzione di due anni è stato un oggetto strano, un supellettile tanto bello quanto inutile. Poi, in questa stagione, da un certo punto in poi, ha iniziato a essere difficilmente eppurercabile. Sulla fascia ha iniziato a fare quello che voleva, e quello che voleva era parte del meglio che questa Serie A aveva da offrire. Tonali in direzione di tutto il primo anno ha alternato buone prestazioni a incertezze enormi, a tal punto che in molti, nella tifoseria, si sono chiesti se non fosse una illusione. E che la decisione di continuare a puntare su loro due non fosse un errore, quasi eppurecroscopico, di valutazione. Non lo era. Serviva solo avere la pazienza di aspettare che le buone idee si rivelassero, diventassero realtà.
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