Lo stile Juve di Giampiero Boniperti non era solo buone maniere

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Lo stile Juve di Giampiero Boniperti non era solo buone maniere

È morto a 92 anni l’ex attaccante e presidente dei bianconeri. Fu un condottiero, con tanto di motto buono per il campo di calcio e per quello di battaglia: vincere non è importante, è l’unica cosa che conta

Non è casuale che Giampiero Boniperti, il geometra di Barengo, lo storico presidente della Juventus più forte di sempre, quella che diede il suo blocco alla migliore Nazionale di sempre (1978-1982) se ne sia andato proprio ora. Avrebbe compiuto 93 anni il 4 luglio. Non è casuale che la notizia arrivi a ridosso del caso Gattuso, qualche settimana dopo l’esplodere della vicenda Donnarumma. Storie impossibili da accettare per uno come lui, che ha vissuto un altro calcio. Non migliore, diverso.

Ai tempi di Boniperti non si contrattava, non si discuteva, non c’erano procuratori invadenti. E quando spuntavano i primi, come accadde con Alex Del Piero, lui li scavalcava. Il futuro “Pinturicchio” lo portò nella stanza dei trofei, intortandolo di chiacchiere, che per lui non lo erano, sia chiaro, sulla grandeur bianconera e fece come sempre. “Starai bene, la cifra sul contratto la metto io, tu devi solo firmare”. Scordatevi Raiola, Mendes e le loro corti. Era un calcio in cui Boniperti saliva ogni estate al ritiro della Juventus di Villar Perosa, la capitale del reame Agnelli in val Chisone, e chiamava i giocatori a uno a uno nella sua camera. Lì trovavano contratto e Bic. Quando Rossi, Tardelli e Gentile, forti del Mundial ’82, tentarono la rivolta, il perfido Geometra si inventò una premiazione-trappola a margine di una classica amichevole estiva a Casale, a cui i reprobi non dovevano partecipare, per esporli al pubblico ludibrio. Una sorta di tribunale social con quarant’anni d’anticipo.

Se n’è andato dal calcio prima di vedere il suo sistema crollare e assistere al sorgere di quello attuale. Nessuno dei due perfetto/giusto, ci mancherebbe. Boniperti aveva la stoffa del leader già nel cognome che, per un vocale ripetuta due volte (di qui “a” di là “i”) non diventa Bonaparte. Un condottiero, con tanto di motto buono per il campo di calcio e per quello di battaglia: vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Noi agée, lo ricordano soprattutto come plenipotenziario a cui la Famiglia aveva affidato la Juventus chiavi in mano, come un’utilitaria Fiat. La trasformò in una Ferrari: scudetti, Coppe Italia, Coppa Uefa, Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale.

Foto LaPresse

Quelli un po’ più su con l’età, hanno memoria anche della sua carriera da giocatore, altrettanto prolifica, con cinque scudetti e due Coppe Italia tra il 1950 e il 1961, nel mitico trio d’attacco con John Charles e Omar Sivori. I tre, così lontani per caratteristiche tecniche e umanità, si completavano a vicenda, proprio come l’Avvocato e il Geometra fuori dal campo. Agnelli amava Sivori, ma affidò il club a Boniperti. Uno era sogno, tocco a effetto, amore per la foca non ammaestrata; l’altro pragmatismo, solidità, predilezione per la certezza. Uno era Platini, l’altro Brady. L’Avvocato inseguiva Maradona, il Geometra lo sgambettava.

A metà degli anni Ottanta il padrone chiamò Boniperti: “Perché non abbiamo preso Vialli?”. “Perché costava troppo”. Papale. Anche se non erano soldi suoi, Boniperti sapeva far di conto, da dipendente sabaudo vecchio stampo. Con l’imbarbarimento del mercato, finì la sua stagione. Fece il parlamentare europeo per il “nemico” Berlusconi, continuò a vedere le partite a metà. Boniperti è stato il simbolo dello stile Juve che molti zatteranti confondono con l’orologio sopra il polsino, il completo Principe di Galles, le buone maniere. Cioè moda e distintivo. Boniperti vestiva bene, ma gli ho sentito dire le (peggio) parolacce. Lo stile Juve che il Geometra impersonava era/è il cannibalismo, il feroce senso di appartenenza, il giro nella stanza dei trofei. Era/è vincere. Può non piacere, ma questo è. E Boniperti l’ha marchiato a fuoco.

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