L’Italia olimpica formato famiglia | Il Foglio

Perché le medaglie da record di Tokyo sono anche le medaglie dei genitori rimasti a casa ma sempre presenti 

L’Italia che corre, salta, nuota, pedala, rema, combatte, va a vela meglio degli altri e ha improvvisamente dimenticato come si gioca di squadra, è un’Italia formato famiglia. Le medaglie di Tokyo sono anche le medaglie dei genitori rimasti a casa e mai come questa volta inseguiti dalle telecamere. Sarà per il fuso orario, sarà per la lontananza causa Covid, sarà perché il divertentissimo “Circolo degli Anelli” di Raidue ne ha fatto uno dei suoi punti di forza, ma anche i genitori sono diventati protagonisti di quest’Olimpiade a porte chiuse. C’è chi, come Tamberi, il papà se lo è portato a Tokyo perché è il suo allenatore, chi lo aveva sempre considerato un problema perché aveva abbandonato la madre quando era ancora un bimbo come Jacobs, ma la maggioranza era a casa davanti alla tv a vedere se erano valsi la pena tutti quei sacrifici fatti quando il ragazzone o la ragazzona erano dei bambini. C’è chi ha dedicato la medaglia ai nonni, chi ha gridato “ciao mamma” davanti alla telecamera come ha fatto anche Gigi Busà, il ragazzone che ci ha regalato il nono oro con il karate, un po’ come Chiesa che dopo la conquista dell’Europeo si era messo al telefono con la madre.

 

Ma non venite a raccontare che oltre a esserci riscoperti velisti e ciclisti, aver imparato a correre e saltare, siamo sempre il solito popolo di mammoni. Gli italiani non sono mammoni più degli altri. È che alla base dei successi sportivi dei nostri ragazzi c’è la famiglia. I nonni e i genitori che quando il pupo diventa bambino lo vanno a prendere a scuola e lo accompagnano in palestra, in piscina o al campo d’allenamento. Lo sport italiano è basato essenzialmente sul volontariato delle famiglie che investono tempo e denaro per costruire i sogni olimpici dei loro figli. Genitori che si lasciano trascinare dalla passione per regalare ai figli qualche momento di gioco.

 

I genitori olimpici sono decisamente differenti da quelli che si possono incontrare attorno a un campo di calcio, attaccati alle reti a gridare contro allenatore e avversari. Non sono genitori con il miraggio di un figlio campione e miliardario sposato con la velina o l’influencer, quelli giocano a pallone. I genitori olimpici sanno che uno su mille potrà diventare una Pellegrini o un Jacobs, non lo fanno per il lato economico della medaglia, forse non lo fanno neppure per la medaglia. Viviana Masini, la mamma dell’uomo più veloce dell’Olimpiade giapponese, la moglie del soldato Jacobs sparito all’orizzonte troppo presto per avere dei meriti, lo ha tirato su da sola raccogliendo pettorali e medaglie in una scatola diventata anno dopo anno sempre più grande, ma all’inizio lo faceva correre solo per farlo divertire e perché con il pallone non era tanto buono (parola del primo allenatore). Chi trascorre i pomeriggi ad accompagnare i figli a praticare il taekwondo o a tirare con l’arco lo fa perché magari da ragazzo aveva avuto la stessa passione, non perché pensa che un giorno potrà fare la bella vita grazie al figlio.

 

Il Coni dovrebbe ringraziare i genitori ancora prima dei figli. In Italia purtroppo non si impara a fare sport a scuola. In Italia si impara a fare e ad amare lo sport grazie a mamma e papà, alla loro passione, alla loro dedizione, alla loro voglia di restarsene chiusi in auto mentre fuori piove o nevica mentre la figlia sta giocando a pallavolo in una palestra chiusa per Covid. Ci saranno anche in Italia genitori che portano i figli a odiare il loro sport come un Agassi qualsiasi. Ma quando arriva l’anno olimpico, così carico di medaglie come questo strano anno dispari, e lo schermo della tv, del computer o dello smartphone ci trasmette le immagini di tutte quelle famiglie orgogliose delle medaglie dei loro bambini che magari nel frattempo sono diventati giganti e genitori a loro volta, la lacrimuccia è autorizzata. Se poi ti compaiono padri come quello di Lucilla Boari, scatta anche l’applauso. Sono magnifiche storie italiane come quelle di quei 46 atleti (secondo il sito del Coni) che sono andati a Tokyo vestiti d’azzurro, ma sono nati all’estero.

 

C’è chi è diventato italiano per matrimonio come Chamizo, chi perché i genitori sono andati ad adottarlo in un orfanotrofio di Addis Abeba come Yemaneberhan (in amarico “il braccio destro di Dio”) Crippa, chi perché lo ha scelto come il “giapponese” Santo Condorelli o chi perché è nato nel nostro paese da genitori stranieri come Daisy Osakue. Non è il caso di aprire il discorso dello jus soli sportivo richiesto a gran voce dal presidente Malagò, ma chissà che dopo Tokyo non venga tutto più semplice. Ma anche questi ragazzi diventati italiani devono ringraziare i loro genitori, l’amore con cui sono stati accolti, protetti e accompagnati fino all’avventura olimpica.  Mamma e papà dal divano di casa devono già essere orgogliosi di avere un figlio o una figlia olimpici, se poi dovessero tornare a casa anche olimpionici sarebbe un di più. Ma il grazie dell’Italia che ama lo sport deve essere identico per i genitori e i nonni di tutti gli azzurri che ci hanno rappresentati in Giappone. Se la nostra gioventù si è dimostrata ancora una volta Citius, Altius, Fortius il merito è di chi a casa ha lavato per anni i loro calzini sporchi dopo gli allenamenti.

 

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