Olimpiadi, se l’Inno alla gioia va oltre l’epica sportiva

Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Filippo Tortu (Alfredo Falcone – LaPresse)

L’EDITORIALE. Lo sport è anche metafora di vita. E dalla trionfale campagna olimpica qualche lezione si può prendere

Stefano Tamburini

06 Agosto 2021

Abbiamo scoperto che l’impossibile esiste e non per caso. Sì, il record di medaglie olimpiche, i tre ori in un sol giorno meritano da soli un inno alla gioia. Ma è l’oro della staffetta 4 per 100 che porta l’Italia in un’altra dimensione, quella che potrà farci dire per un bel po’ che i figli del vento ce li abbiamo noi. Abbiamo, e scusate se mi vien da usare il plurale, vinto i 100 metri con Marcell Jacobs e già qui c’era lo stupore della notte magica sull’altra faccia della Luna sportiva, dove non ci eravamo mai affacciati: i 100 non erano mai stati roba nostra, neanche ai tempi di Livio Berruti e Pietro Mennea. Ma abbiamo vinto anche la staffetta dove di uomini veloci ce ne devono essere quattro. È uno dei pochi momenti in cui lo sport individuale per eccellenza diventa di squadra e qui si è visto davvero cosa voglia dire quella massima delle medaglie (o le coppe) che si vincono in allenamento e in gara si va solo per ritirarle. Questi ragazzi, non solo quelli della 4 per 100, hanno costruito il successo in anni e anni di fatiche immense, di momenti di noia e disperazione.

Lo sport è anche metafora della vita, non che si possa ridurre tutto a questo ma va detto che dalla trionfale campagna olimpica qualche lezione si può prendere. In particolare dall’atletica, una disciplina nella quale l’Italia si è trovata a conoscere anni e anni di zero medaglie e poche finali, sia agli ultimi Mondiali sia alle ultime Olimpiadi era andata così. Niente inno di Mameli e nessun tricolore su un pennone delle cerimonie di premiazione.

Piangersi addosso sarebbe stata la cosa più semplice, invece è stata presa una strada tutta diversa dalla nuova dirigenza della Federatletica guidata da un ex campione europeo dei diecimila, Stefano Mei, quello del podio tutto azzurro del 26 agosto 1986 (35 anni or sono) completato da Alberto Cova e Salvatore Antibo. Insomma, uno che sa come si vince, uno che viene dall’epoca d’oro di Pietro Mennea e Sara Simeoni. La strada nuova è stata quella del capire gli errori, eliminarli ed elaborare una strategia nuova, partendo dallo scambio di informazioni fra gli allenatori, dalla valorizzazione dei talenti e dalla crescita dei settori giovanili. E in pochi anni i risultati sono arrivati. Immensi e forse irripetibili ma si è dimostrato che davvero si può, se si vuole, se si sa costruire uno spirito di collaborazione.

Prendete la 4 per 100. A tagliare il traguardo con un centesimo di vantaggio – ancora sugli inglesi (qui britannici), poveracci ormai siamo il loro incubo – è stato Filippo Tortu, che tre anni fa era stato il primo italiano a battere il record di Pietro Mennea sui 100 e a scendere sotto i dieci secondi (9”99”). Sembrava un predestinato, ha raggiunto la finale dei Mondiali nel 2019, arrivando settimo e sembrava già chissà cosa. Poi è arrivato il fulmine Jacobs, che gli ha tolto tutto, anche il record italiano trasformato poi in record europeo. A Tokyo lo spartiacque è stata la semifinale, Tortu è uscito, Jacobs ha cominciato il cammino verso l’oro e la leggenda.

Un altro si sarebbe depresso, invece il capolavoro è stato quello di lasciare a Tortu l’ultima frazione, l’ultimo atto e a Jacobs la seconda. Una squadra vera funziona così, è un po’ come se si fosse trattato di calcio e Messi avesse cambiato squadra lasciando la maglia con il 10 a chi la portava prima. L’abbraccio fra i due, le lacrime di Tortu dopo il traguardo valgono una lezione di psicologia. E tutto ciò è pane e pedagogia per tutti.

Non è detto che con il “volere” si possa raggiungere ogni obiettivo, perché talvolta ci sono gli avversari che sono più bravi e se si è fatto di tutto bisogna accettare il verdetto rimandando la rivincita alla prossima occasione. Ma senza questo approccio è impossibile ipotizzare qualsiasi successo. Così improvvisamente abbiamo scoperto – anche con la marcia di Antonella Palmisano e con la coinvolgente prestazione del karateka Luigi Busà – che tanti luoghi comuni sugli italiani sono stati spazzati via, meglio che in un sogno di mezza estate.

Fuori, nella vita di tutti i giorni, purtroppo è ancora tutto come prima. Si continua a morire sul lavoro per le misure di sicurezza prese a calci dalla ricerca del profitto a tutti i costi, vengono licenziati lavoratori di aziende in attivo che vogliono andare dove la manodopera costa meno, l’uscita dalla pandemia viene messa a rischio da una minoranza di irresponsabili che continua a spacciare per libertà la coglionata di non volersi vaccinare. È gente che quei 100 metri li correrebbe all’indietro, pur di fare il contrario.

La lezione che ci arriva da Tokyo va oltre l’inno alla gioia dell’epica sportiva. Aiuta, semplicemente aiuta. Il luccichio di quelle medaglie si specchia nel lago della fiducia, ultimamente molto in secco e fangoso, ora colmo di acque dipinte d’azzurro.

twitter: @s_tamburini

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