In viaggio con i disperati che fuggono dal Venezuela: “Maduro ci ha traditi”

0
37
In viaggio con i disperati che fuggono dal Venezuela: “Maduro ci ha traditi”

Alcuni persone al confine tra Venezuela e Brasile (foto di Antonello Veneri). Oltre 5,5 milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese 

Dalla mattanza degli indigeni Pemon alla nuova vita dei migranti in Brasile. Il documentario “Siete mil” del giornalista de La Stampa Francesco Semprini racconta la crisi del Paese sudamericano

Filippo Femia

16 Giugno 2021

Ormai nemmeno i termini biblici “esodo” e “diaspora” riescono a contenere la fuga dei venezuelani: cinque milioni e mezzo hanno lasciato il Paese negli ultimi anni. Un’emorragia iniziata nel 2016, seconda soltanto a quella provocata dalla guerra civile in Siria. La violenza, l’inflazione a sei zeri, la mancanza di cibo e medicine hanno innescato la più grande mobilitazione umana nella storia dell’America Latina. Quasi un milione di persone ha trovato rifugio in Brasile: lì, alla frontiera, con il Venezuela Francesco Semprini ha girato il documentario Siete mil. Settemila, come i chilometri percorsi dai venezuelani in fuga (spesso a piedi) da Caracas a Salvador de Bahia, dove cercano un futuro. 

Le violenze del chavismo

Francesco Semprini – inviato de La Stampa nei teatri di guerra: dall’Afghanistan alla Libia – ha percorso le “trochas”, i sentieri clandestini utilizzati da chi abbandona il Venezuela per eludere i controlli al confine. Sentieri spesso disseminati di agenti della Guardia bolivariana, che impongono il pizzo ai migranti per lasciarli passare: perché in un Paese fallito i flussi migratori diventano un business da spremere. «Questo documentario è nato per errore – racconta l’autore – Ero partito per raccontare l’accoglienza dei venezuelani in Brasile, poi ho conosciuto il leader dei Pemon, una popolazione originaria che vive a cavallo tra i due Paesi. Mi ha raccontato la mattanza commessa dai paramilitari di Nicolas Maduro nei villaggi indigeni. Descriveva come i cadaveri delle persone venivano caricati sui camion di nascosto, per farli sparire. Non potevo ignorare quella storia». Il corto comincia con le proteste del 2019, cucendo insieme filmati amatoriali che mostrano i militari chavisti soffocare le manifestazioni nel sangue. «Arrivati a Santa Elena del Uarién – ricorda Semprini – c’erano ancora carcasse di veicoli incendiati. Dopo la diffidenza iniziale, forse temevano fossimo spie, la gente del posto ha iniziato a chiederci di raccontare al mondo la loro tragedia: siamo diventati la cassa di risonanza di quel grido di dolore».  

A Santa Elena del Uarién avviene l’incontro con José, un ex poliziotto che ha lasciato la divisa. Sul corpo porta le tracce di otto anni di lotta alla delinquenza. «Ho disertato perché il presidente Maduro ha tradito il popolo venezuelano», racconta.

La nuova vita in Brasile
Il viaggio di Semprini prosegue a Pacaraima e Boa Vista, dove si trovano le più di grandi strutture di accoglienza. L’ultima tappa del documentario è Salvador de Bahia, nel Sud del Brasile, il capolinea dei settemila chilometri del viaggio della speranza. Lì un progetto finanziato dall’Ue e anche dall’Italia tenta di dare una seconda chance ai migranti: il programma di interiorizzazione cerca un lavoro degno e rispettoso del passato di queste persone, la maggior parte appartenenti alla classe media, polverizzata negli anni del chavismo: «Se una persona era un tecnico di laboratorio non lo mandano a lavorare nei campi», spiega Semprini. La speranza di quasi tutti i venezuelani è fare, prima o poi, il viaggio all’inverso  per tornare in quello che ancora oggi è il Paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo.

«Le crisi che bruciano sotto le ceneri»
Il documentario è prodotto dallo stesso Francesco Semprini e alla realizzazione hanno partecipato Antonello Veneri (sul campo con l’autore), Anna Vyaches (foto, video e immagini), Leonardo Pallenberg (camera e montaggio), Jacopo Messina (sound design) e il maestro Andrea Rotondi (musiche). Un lavoro sofferto che ha visto la luce durante il primo lockdown: «Il montaggio è stato realizzato a Roma e il sound design in Sicilia mentre io mi trovavo a New York», racconta Semprini.

Siete mil è già stato selezionato da alcuni festival e verrà proiettato in spazi culturali in Italia e all’estero. Una pagina Instagram racconta i dietro le quinte e punta ad animare il dibattito prima della proiezione. «L’obiettivo è creare una sorta di piazza dove tornare a ragionare di questioni vere. Questo anno e mezzo di pandemia ci ha reso miopi e sordi rispetto a ciò che non è crisi sanitaria – commenta Semprini – Ma ci sono moltissime crisi che bruciano sotto le ceneri e riesploderanno da un momento all’altro tra le nostre mani». Il grido dei venezuelani in fuga ne è la testimonianza.   

(fonte: La Stampa)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here