Che ci fa Paulo Sousa sulla panchina della Polonia?

Fuori da un pub di Varsavia è stato appeso un cartello che, con la surreale autoironia polacca che si ritrova per esempio nel Film Bianco di Kieslowski, ricorda alla clientela i tre grandi appuntamenti di questo giugno: “Polonia-Slovacchia, la prima partita. Polonia-Spagna, il tutto per tutto. Polonia-Svezia, la partita dell’onore”. Da quasi vent’anni in Polonia i grandi tornei estivi hanno questa cadenza da marcia funebre: la Nazionale parte sempre tra grandi fanfare per rovinare tutto già nei primi novanta minuti, tentando poi confusamente (e invano) di rimettere insieme i cocci nel secondo match, per poi salutare la compagnia alla terza partita. È andata così a Russia 2018, a Germania 2006, nel 2008 e nel 2012, l’estate più dolorosa di tutte perché quella volta l’Europeo si giocava tra Varsavia e Breslavia. L’unica eccezione risale all’edizione di cinque anni fa, quando la Polonia arrivò a un rigore di Blaszczykowski dall’eliminare ai quarti i futuri campioni d’Europa portoghesi. Nelle estati degli anni pari, l’amarezza è insomma fedele compagna di viaggio polacca: varrà anche per gli anni dispari?

Nel 2021 la connessione sentimentale tra Italia e Polonia, vigorosa dai tempi di Giovanni Paolo II e dei viaggi ferragostani di Carlo Verdone fino ai giorni nostri, ha trovato un’altra strada per venire fuori: la scelta sorprendente del nuovo ct per sostituire il vecchio Jerzy Brzeczek, responsabile di una Nazionale imbolsita e annoiata che ricordiamo farsi suonare come un punching-ball anche dagli Azzurri di Mancini lo scorso novembre in Nations League. Zibì Boniek, grande eminenza grigia del calcio polacco, ha architettato il coup de théâtre. Dentro il nuovo, lo straniero affascinante, insomma Paulo Sousa, secondo ct forestiero della storia polacca (il primo era stato l’antico Leo Beenhakker a Euro 2008), seducente giramondo che pretende di arrivare là dove in pochi si sono arrampicati: far svoltare una Nazionale non solo mentalmente, ma anche tatticamente. Si è presentato con piglio risoluto e idee chiare, nonostante i tempi fossero molto stretti e imponessero subito partite da tre punti: ha voluto accantonare la difesa a 4, da sempre un caposaldo del calcio polacco, per una fase difensiva meno classificabile che cambia sistema in fase di non possesso, mentre ha conservato l’idea dei suoi predecessori di affiancare al totem Lewandowski – intoccabile punta unica nel Bayern Monaco – un secondo attaccante, per liberarlo dall’ansia di essere l’unico terminale offensivo di un intero Paese.

Oltre alle sue alchimie, difficilmente interpretabili, Sousa ha anche cercato di battere il sentiero della captatio benevolentiae, snocciolando furbe citazioni di papa Wojtyla (“Non abbiate paura!”) nella conferenza stampa di presentazione o assumendo volentieri la sua dose di Johnson&Johnson il mese scorso allo stadio Nazionale di Varsavia, adibito a hub vaccinale (il che si è rivelata un’ottima idea, visto che la Polonia è stata sorteggiata con Spagna e Svezia, le due squadre più tormentate dal Covid). Tutto inutile e tutto lontano ora che il gioco si fa durissimo e la Polonia deve vincere il suo storico nemico: il pessimismo cosmico legato alle cose del pallone. “Questo è vero soprattutto per la Nazionale, attorno alla quale c’è un grande affetto popolare”, spiega al Foglio Sportivo Alberto Bertolotto, giornalista tra i massimi esperti dei bialo-czerwoni (biancorossi) e corrispondente italiano di Przegląd Sportowy, la loro Gazzetta. “Il polacco medio è abituato a veder partire per l’estero i suoi calciatori migliori già quando hanno 19-20 anni e vive nel desiderio di goderseli tutti insieme in Nazionale. Sousa è arrivato su forte spinta dell’opinione pubblica che, dopo anni di ct interni molto grigi, premeva per una svolta internazionale (c’era stato un tentativo con Alberto Zaccheroni, oltre dieci anni fa). Ma adesso i tifosi guardano con scetticismo a un allenatore partito col piede sbagliato nelle qualificazioni a Qatar 2022 e costretto a tutti i costi a battere la Slovacchia al match d’esordio”.

La domanda dunque è obbligatoria: perché il 50enne Paulo Sousa, uomo dall’indiscusso appeal internazionale nonostante una carriera non ancora stellare, si è andato a impelagare in una dimensione ispida come il calcio est-europeo, e non solo per la barriera linguistica, accettando persino uno stipendio inferiore a quelli che prendeva “a Ovest”? Magari per aprirsi il mercato delle panchine Nazionali, ora che il livello medio del calcio globale è in costante ascesa e l’Europeo a 24 squadre non è più una chimera per quasi tutte le Federazioni europee. Però forse non ha trovato l’entusiasmo che si aspettava: i polacchi sono specialisti di autolesionismo, con lampi accecanti d’imbarazzo che non risparmiano nemmeno certezze come lo juventino Szczesny, portiere contestato in patria dopo l’erroraccio con il Senegal nel match d’esordio a Russia 2018. La prima partita contro la Slovacchia deciderà le sorti di una squadra molto italiana, con sette giocatori provenienti dalla serie A (spicca il napoletano Zielinski, potenziale fuoriclasse) più i due ex Milik e Piatek, entrambi rimasti a casa per infortunio. I trascorsi fiorentino-juventini di Sousa e Boniek è superfluo anche ricordarli: forse non è un caso che, nella Mazurka di Dabrowski, l’inno nazionale, il nostro paese trovi spazio addirittura nel ritornello (“Marcia, marcia Dąbrowski, dalla terra italiana alla Polonia”).

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