Djokovic può non dare il buon esempio

Gli sportivi devono rispettare le regole del gioco, non hanno l’obbligo di essere maestri di virtù morali o etiche 

Era il settembre del 1970 quando un giornalista chiese a François Truffaut perché, due anni prima, avesse deciso di non sposare la sua promessa sposa Claude Jade. Il regista francese rispose che la sua vita privata era soltanto affar suo. Continuò a presentare il suo ultimo film, Domicile conjugal (per noi italiani: Non drammatizziamo… è solo questione di corna), che aveva come protagonista femminile proprio colei che era stata abbandonata sull’altare. Il giornalista insistette. Disse al cineasta che “un personaggio pubblico aveva l’obbligo di dare il buon esempio”. Truffaut era seccato per l’insistenza, sospirò, gettò un’occhiata di sdegno e disse: “Lei dice che un personaggio pubblico ha l’obbligo di dare il buon esempio? E di quale esempio parla? Io ho un unico obbligo: dare il buon esempio per quello che concerne il mio lavoro. Se faccio buoni film, il mio l’ho fatto. Tutto il resto, quello che faccio o non faccio, sono soltanto cazzi miei. Non ho firmato nessun patto con gli spettatori se non quello di fare le cose per bene quando faccio il mio mestiere”. 

Sono passati oltre cinquant’anni da allora. I registi sono stati progressivamente allontanati dal centro del proscenio dell’immaginario collettivo, lasciandolo agli sportivi.  

Uno studio del 2019 realizzato dalla facoltà di Human, Social, and Political Sciences dell’università di Cambridge aveva evidenziato come il gossip riguardante i calciatori, e gli sportivi in generale, aveva superato nell’interesse degli europei  quello inerente ai divi del cinema e della tv. La certificazione di un cambiamento progressivo, iniziato sul finire degli anni Novanta. Un cambiamento che era peraltro visibile nelle pubblicità. I campioni dello sport hanno progressivamente guadagnato spazio, si sono slegati dai réclame di abbigliamento tecnico, da nicchia si sono fatti mainstream. Divi, non più soltanto campioni. 

Il divismo è un fenomeno di costume, rispecchia, più o meno fedelmente, la società che lo genera. Cambia al cambiare dei gusti delle persone, “d’altra parte il mito è sempre esistito, è storia vecchia quanto l’umanità e ogni società posiziona sul piedistallo del desiderio ciò che ambisce essere”, scriveva Edgard Morin. “È però un processo totalitario, che trasferisce al divo la necessità di non evadere troppo dal recinto del sistema etico-valoriale in voga”. 

Quanto accaduto oltre cinquant’anni fa a François Truffaut, è capitato ora a Novak Djokovic. Solo che davanti al tennista serbo non c’è più solo un dito puntato a sottolineare che “un personaggio pubblico aveva l’obbligo di dare il buon esempio”, ma milioni di dita puntate a biasimare e condannare le sue scelte. 

 

Novak Djokovic si è schierato dalla parte sbagliata in questa pandemia. Prima aveva esternato i dubbi sull’esistenza del virus, poi aveva sfidato le leggi del buon senso organizzando un torneo nel giugno del 2020 senza alcuna precauzione mentre mezza Europa usciva dal lockdown, poi aveva rifiutato di vaccinarsi. Quanto capitato in questi giorni in Australia è solo l’ultimo atto di una storia iniziata due anni fa. Una vicenda surreale di regole piegate da parte degli organizzatori degli Australian Open pur di averlo, di regolamenti non rispettati, di menzogne (quelle sulla positività del tennista) che potrebbero finire in un’aula di tribunale. 

La giustizia dovrà decidere se il serbo è colpevole di aver messo a rischio la salute altrui, oppure se invece è innocente ed è stato tutto un grande e assurdo malinteso. 

Della sentenza però non fregherà a nessuno. Djokovic è già colpevole di non essere stato d’esempio, di aver dato pubblicità, con il suo comportamento, a teorie e pratiche inaccettabili. 

 

Era però davvero suo dovere essere un modello di comportamento? 

Nel 1982 Günter Grass venne intervistato dalla Bild per commentare uno spiacevole fatto di cronaca che riguardava un calciatore del SC Freiburg, squadra per la quale il premio Nobel per la letteratura faceva il tifo. Disse: “Il gioco del calcio è qualcosa che si lega all’estetica. Chi gioca a pallone deve calciare, correre, dribblare. È sull’estetica che ci dobbiamo concentrare nell’esprimere un giudizio sul conto di un calciatore o più in generale di uno sportivo. Pretendere che gli sportivi siano modelli etici o morali è pericoloso. Pensare solo che una persona che ha dedicato la sua esistenza al gioco e all’intrattenimento sportivo possa essere preso davvero in considerazione come portatore di un messaggio etico o morale vuol dire disintegrare qualsiasi principio di autorevolezza, sarebbe l’eclissarsi della ragione collettiva. L’unico obbligo che si deve pretendere dagli sportivi è una rettitudine sportiva: rispettare le regole del gioco”. 

Lo spettacolo estetico di Djokovic è stato evidente in questi anni. A molti però il suo talento non è bastato, hanno dovuto per forza dar credito alle sue parole, pretendere che fosse d’esempio tout court e non solo con la racchetta in mano. 

George Best qualche anno prima di morire (e di concedere al tabloid News of the World l’esclusiva della pubblicazione della sua foto sul letto di morte con l’appello “Don’t die like me”) disse in un’intervista al Times di essersi pentito non tanto di aver dissipato il suo talento, ma di aver fatto passare l’idea che ubriacarsi di continuo fosse una cosa bella. Qualche giorno dopo, David Beckham, allora capitano della nazionale inglese, suggerì al vecchio campione di non crucciarsi. “La mia generazione ha visto in diretta la distruzione di George Best, se molti dei miei coetanei bevono meno dei loro padri è perché abbiamo avuto esempi come il suo. Le buone abitudini spesso arrivano per opposizione a quello che i nostri miti hanno fatto. Mi spiace ma non siamo una generazione di idioti, sappiamo anche noi ragionare”.  

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