L’Nba alle prese con il problema tampering. Ecco cos’è

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L'Nba alle prese con il problema tampering. Ecco cos'è

Sotto inchiesta le trattative che hanno portato l’estate scorsa Lonzo Ball ai Chicago Bulls e Kyle Lowry ai Miami Heat. Cosa rischiano le squadre? Che regole hanno violato le due franchigie? Un approfondimento

Uno dei temi più discussi e controversi del mondo Nba, il tampering, è tornato al centro dell’attualità dopo che Adrian Wojnarowski ha reso noto lo “stato avanzato delle indagini” sulle trattative che hanno portato Lonzo Ball ai Chicago Bulls e Kyle Lowry ai Miami Heat l’estate scorsa. Una comunicazione da parte del commissioner Adam Silver potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Dietro l’angolo, in caso di accertamento della condotta illecita, la possibilità di una sanzione per le quattro squadre coinvolte: Bulls, Heat, Pelicans e Raptors.

 

Tampering: di cosa si tratta?

L’articolo 35 dello Statuto Nba definisce il tampering come qualsiasi tipo di conversazione tra dirigenti, agenti, allenatori o giocatori sotto contratto con franchigie differenti, che abbia il fine di persuadere un atleta di un possibile trasferimento o che in qualche modo alluda a possibili sviluppi di mercato. La violazione può configurarsi in varie forme, che si tratti di uscite pubbliche (come nei casi Warriors-Simmons e Lakers-Antetokounmpo) o di conversazioni private (Lakers-George).

Con le norme anti-tampering, dunque, l’Nba si propone di contrastare ogni forma di corteggiamento verso giocatori di altre squadre, anche e soprattutto nei casi in cui la scadenza del contratto sia imminente. Nella pratica, però, il modus operandi di front office e agenzie di rappresentanza prevede allo stato attuale una sistematica violazione di queste norme. Un intervento su Espn dell’insider Brian Windhorst dello scorso luglio lascia poco margine di dubbio in tal senso: “Tecnicamente, la free agency inizierà la prossima settimana. Da quanto mi è stato riportato da executive e agenti, però, è chiaro che le negoziazioni siano già cominciate”. Non si tratta di una novità: con parole molto simili, infatti, lo stesso Windhorst raccontava l’avvicinamento alla free agency 2020.

 

Cosa rischiano Chicago e Miami?

È il 2 agosto, l’apertura ufficiale della free agency è fissata alle ore 18 (italiane). Nel giro di pochissimi minuti, Adrian Wojnarowski e Shams Charania hanno già sganciato su Twitter le consuete bombs, tra cui le notizie dei trasferimenti di Ball a Chicago (ora esatta del tweet di Shams: 18:01!) e Lowry a Miami (18:36). Per entrambi si tratta di una sign&trade, una tipologia complessa di affare che prevede l’accordo tra due squadre e lo stesso giocatore. Evidentemente, qualcosa che non può avvenire nel giro di qualche minuto – non in assenza di pregressi contatti tra le parti, almeno. Proprio per questo motivo, o forse per una segnalazione arrivata dall’interno della lega (esiste una hotline dedicata, per consentire denunce anonime), l’Nba ha aperto ad agosto un’indagine su queste trattative, condotta negli ultimi tre mesi attraverso l’ispezione di conversazioni telefoniche, mail e chat tra le parti coinvolte.

Dopo l’inasprimento delle sanzioni previste in caso di tampering, nel 2019, gli strumenti a disposizione della lega comprendono la possibilità di multare le franchigie fino a 10 milioni di dollari, sottrarre future scelte al Draft, sospendere dirigenti e, in casi estremi, annullare gli affari in questione. Sanzione, quest’ultima, non applicabile ai casi di Bulls e Heat, con la stagione 2021/22 che è ormai iniziata da diverse settimane.

In occasione dell’ultimo caso accertato di tampering, l’affare Bogdanovic (anche in quel caso una sign&trade), Milwaukee incorse soltanto nella sottrazione di una scelta al Draft e in una multa di 50.000 dollari, per via della “cooperazione nello svolgimento delle indagini” e del fatto che il trasferimento del giocatore ai Bucks non si fosse effettivamente concretizzato. Un precedente con contorni diversi, dunque, dalle situazioni di Bulls e Heat, che presumibilmente dovranno pagare un prezzo più elevato.

  

“Teams tamper, and still will tamper”

A prescindere dalla misura del provvedimento, è la scelta dell’Nba di intervenire selettivamente a destare perplessità. In presenza di una sign&trade annunciata pochi minuti dopo l’apertura della free agency, la violazione della norma risulta particolarmente evidente. Troppo, perché la lega resti a guardare. Eppure, come sottolineato da John Hollinger, quando DeMar DeRozan ha raccontato che il 29 luglio era tutto pronto per una sign&trade con i Lakers, la lega è rimasta a guardare. Come nel caso di diverse altre trattative difficilmente ipotizzabili nel completo rispetto delle regole, viste le tempistiche ristrette. È il caso, per esempio, delle firme di Kelly Olynyk con i Pistons (18:13), Torrey Craig con i Pacers (18:39) e Doug McDermott con gli Spurs (18:41).

“Teams tamper, and still will tamper”, ha commentato di recente Kurt Helin (NBC Sports). Difficile dargli torto. I limiti di applicazione delle norme anti-tampering sono evidenti: vigilare su ogni conversazione con gli agenti, che spesso rappresentano più di un atleta, è molto complicato, così come limitare il dialogo tra gli stessi giocatori durante le sessioni estive di allenamento, private o con le nazionali.

Se la lega, però, non si mostrerà determinata a indagare ogni caso sospetto, è naturale che le franchigie si preoccuperanno soltanto di prendere le misure sulle casistiche più esposte, le sign&trade. E quello che avrebbe dovuto essere un semaforo rosso, così, rischia di trasformarsi in un autovelox, in presenza del quale rallentare solo per qualche metro. A meno che l’NBA non decida di cambiare direzione, drasticamente. In un senso o nell’altro, diventando più rigida nella vigilanza oppure facendo un passo indietro in materia di tampering.

 

Andrea Lamperti è fondatore e direttore di aroundthegame.com 

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