Volendam, la linea verde dell’Inter

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Volendam, la linea verde dell’Inter

Fare calcio è sempre più questione di match. Non come sinonimo di partita, ma secondo il lessico emergente delle app di dating: corrispondenza, affinità. Così può succedere che la squadra campione d’Italia trovi la più sinergica controparte in un paesino di pescatori dell’Olanda settentrionale. E le affidi il suo futuro chiavi in mano. L’anno scorso Samuele Mulattieri, promettente attaccante che ora sta esplodendo in Serie B. Oggi Gaetano Oristanio, fantasista, e Filip Stankovic, portiere e figlio di Dejan, baluardo del triplete nerazzurro. Tutti in prestito al Volendam. Dove li allena Wim Jonk, che a sua volta con un gol in finale regalò all’Inter la Coppa Uefa nel 1994. “Ma questa è l’unica coincidenza di una storia che parte da lontano”, spiegano dagli uffici del club: “Fin dall’Ajax di Cruijff”.

Jasper van Leeuwen è il direttore tecnico dietro la partnership de facto con la Pinetina. Lo schema è semplice: l’Inter è la grande che non riesce a dare spazio ai migliori prospetti del suo vivaio, una piccola risolve il problema e li rimanda alla base potenziati. Ma perché proprio il Volendam? “Siamo tutti scuola Johan”, spiega van Leeuwen al Foglio sportivo, la voce che si incrina ripensando al leggendario 14. “Era il nostro mentore. E un amico. Il suo ultimo capolavoro è stato il rilancio dell’Ajax: nel 2012 era in crisi finanziaria, giocava male e raccoglieva poco. Guardate oggi”. A ritroso: sette sberle al Dortmund, la finale di Champions League sfuggita sul più bello, quell’evocativo 1-4 al Bernabeu che sa ancora di profanazione. “De Ligt, van de Beek: li abbiamo tutti cresciuti noi. Jonk era il capo dell’Academy” e l’esecutore del ‘Piano Cruijff’, con tanto di tavole della legge – “quattordici però”, si capisce – già nuovo pilastro del calcio olandese. “Idee visionarie, per sviluppare un gioco attraente e talenti in base a un percorso individuale”, studiando le loro inclinazioni e debolezze. “Poco prima che Johan morisse nel 2016 siamo entrati in divergenza con l’Ajax, senza mai rinnegare quei principi. E alla prima occasione li abbiamo riprodotti: Jonk è di Volendam, questo club era sull’orlo del fallimento, la nuova proprietà cercava know-how per ripartire. Ed eccoci qua”.

Realtà perfetta per sperimentare in libertà. “Senza pressioni, capace di prestarsi alla simpatia: è un villaggio sul mare di 22mila abitanti eppure in Olanda lo conoscono tutti”, le casette a schiera sul porticciolo e l’aria salmastra mista a kibbeling, il tipico baccalà fritto. “Dall’Ottocento richiama artisti e turisti da ogni dove, c’è potenziale anche per fare calcio. Noi ci siamo prefissati di arrivare in Eredivisie in quattro anni: questo è il terzo”, e nel momento in cui scriviamo gli arancioni sono primi in Eerste divisie, la Serie B olandese. “Ma l’obiettivo principale è un altro: creare valore per il club attraverso i giovani”. Talvolta capita di ritrovarsi fra le mani un diamante grezzo, “come Micky van de Ven, oggi al Wolfsburg”, con Raiola procuratore e già cessione più proficua – 3,5 milioni più bonus – della storia del Volendam. “Ma la regola è avere a che fare con ragazzi semplicemente ok”. Quindi la terza via: “Il prestito. E in quel caso, per far crescere tutta la squadra, i giocatori devono essere eccezionali”. Come quelli dell’Inter.

L’aggancio per portarli in Olanda però non è stato Jonk. “Grazie agli anni all’Ajax contavamo su un importante network internazionale”, spiega van Leeuwen. “A introdurci ai nerazzurri fu José Mari Amorrortu: ex uomo simbolo dell’Athletic Bilbao”. E quando garantiscono i baschi, fra i settori giovanili più fiorenti d’Europa, drizzano le orecchie anche Ausilio e Baccin. “Così iniziammo a fare scouting, a studiare il giocatore giusto: Mulattieri era il top scorer del campionato Primavera e da noi avrebbe fatto il salto di qualità”. 19 gol in 32 partite. “Il primo passo era tracciare uno scanning completo del ragazzo: tecnica, tenuta fisica e mentale, intelligenza di gioco. Poi elaborare un piano specifico per migliorarlo su ogni parametro”. Un po’ come una macchina. “Però c’è anche la crescita della persona, che qui è altrettanto importante: imparare l’inglese, vivere da soli, cucinare e fare la spesa. Uscire dalla comfort zone, insomma”.

Nove mesi dopo, alla sede dell’Inter arriva un plico di 15 pagine. È per Piero Ausilio: “Sono nel calcio da decenni”, il ds nerazzurro avrebbe confessato al collega del Volendam, “ma non avevo mai visto un report completo come quello su Mulattieri: avevamo sentito parlare di voi, ora sappiamo come lavorate. I prossimi li spingeremo nei Paesi Bassi”. Letteralmente. Quando in estate arrivò la chiamata di van Leeuwen, “dissi sì dopo due minuti”, ci racconta Stankovic jr. a fine allenamento. “E in poche settimane mi sono reso conto che questo club è anche superiore alle aspettative: migliora l’uomo, imprime una mentalità unica”. Il portiere è un 2002 ma l’anno scorso si allenava con Handanovic, sotto gli occhi di Conte. Oggi parla con maturità non comune: “In nerazzurro ti illudi tanto”, ammette. “Pensi alla maglia che indossi e di poter giocare dappertutto. Con il tempo invece capisci che è sempre più difficile. Dalla Primavera alla prima squadra c’è un salto enorme, di sacrificio puro: se non dai il 100 per cento ogni giorno non cresci. Quindi ai miei ex compagni dico di approfittare di ogni momento all’Inter: piedi per terra, imparando da ogni allenatore”.

Per Filip volare a nord è stato facile. “Papà è sempre la prima persona con cui parlo: mi spiegò che era la scelta giusta. Poi mi aiuta anche da Belgrado, dove allena. Mio fratello è rimasto a giocare a Milano e la mamma si divide fra noi tre: siamo molto uniti e abituati a viaggiare”. Ma per Gaetano Oristanio, da Vallo della Lucania, era tutt’altra musica. “Very Italian”, di nuovo van Leeuwen, senza bisogno di traduzione. “Protetto dalla famiglia, zero inglese: per lui già Milano era un abisso culturale, figuriamoci l’Olanda. Ci sono volute settimane per convincerlo, anche grazie all’Inter e al feedback di Mulattieri. Ma sapete quante trattative fanno saltare le mamme dei calciatori?”. C’è del vero in certi stereotipi. “E vanno superati con pazienza”. Il dirigente si alza e ci accompagna negli spogliatoi: “Vedete?”. Appeso al muro, vicino alla lavagnetta, c’è un piccolo glossario calcistico italiano-inglese-olandese. Con tanto di Welkom Gaetano: “È il nostro modo per aiutarlo, oltre a un insegnante privato. Questo ragazzo ha una classe cristallina da liberare: deve ambientarsi, strutturarsi fisicamente ma poi non sorprendetevi se fra un paio di mesi esplode. Sono rari, esterni così creativi a 19 anni. E con la fame degli italiani”.

Questa però non è una maccheronica frecciatina. Anzi: “Da voi prevale la cultura della vittoria”, sorride il dirigente. “Se i calciatori perdono una partita, sono devastati. Qui invece conta fin troppo poco. Ma per la stessa logica, un allenatore sotto pressione in Italia preferisce l’esperienza alla freschezza dei 18enni. Questione di Dna”, lo yin e lo yang del pallone. “Imparare l’uno dall’altro, conoscendoci meglio per completarci: è quello che facciamo noi”. E l’essenza del match: Inter chiama Volendam e ritorno.

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