Parma Cosenza 1-1 e non ci si può neanche lamentare. Adesso disperiamo bene

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Parma Cosenza 1-1 e non ci si può neanche lamentare. Adesso disperiamo bene

Tanti anni fa, in un romanzo che si intitola Spinoza, e che è il terzo romanzo che ho pubblicato, la voce narrante, che si chiama Learco Ferrari, e che, un po’, mi somiglia, racconta di quando ha cominciato a scrivere. “Da piccolo” dice “facevo il portiere. Giocavo nella squadra del quartiere dove abitavo, il quartiere Montebello. Portiere degli allievi della Montebello. Allora una volta, ero lì che dovevo rinviare coi piedi, mi sono chiesto improvvisamente ‘Chi me lo fa fare a me, di rinviare la palla coi piedi?’

C’erano i miei compagni, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano gli avversari, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi.

E io ero lì, la palla in mano, avevo appena fatto una parata, facile, colpo di testa senza forza, dritto tra le mie braccia, ero lì che cercavo di ricordarmi chi me lo faceva fare, a me, di rinviare la palla coi piedi.

C’erano i panchinari della mia squadra, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’erano i panchinari della squadra avversaria, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’allenatore della squadra avversaria, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. C’era il mio allenatore, gridava ‘Che cazzo fai? Muoviti!’. E io stavo lì, col pallone in braccio, pensavo, pensavo.

C’erano i guardalinee, tutti voltati verso di me, aspettavano tutti che rinviassi la palla coi piedi. C’era l’arbitro, tutto voltato verso di me, aspettava tutto che rinviassi la palla coi piedi. Poi dopo ha fischiato. Punizione a due in area per la squadra avversaria.

Battono, tirano, gol.

Cominciato a scrivere”.

Ecco.

Diversamente da Learco Ferrari io non facevo il portiere, da piccolo, e questa scena che si trova all’inizio di Spinoza è una scena di fantasia: non mi è mai successo niente del genere.

Ma in questa scena c’è, comunque, qualche riflesso autobiografico, se così si può dire.

A me, quando ero piccolo, giocare a calcio mi piaceva da sgarbati, come dicono a Parma; mi piaceva anche leggere dei libri ma, se avessi potuto scegliere che mestiere fare, io, che originale, avrei scelto di fare il calciatore.

Poi ho cominciato a giocare nelle squadre vere e, quasi subito, mi sono accorto che nessuno mi avrebbe mai pagato, per giocare a pallone. Ero troppo anticonformista, nel mio modo di giocare, cioè ero troppo gramo, come dicono a Parma.

Anche per quello, credo, dopo qualche anno, ho deciso di provare a scriver dei libri, che è una cosa che faccio ormai da venticinque anni e per la quale, tutte le volte mi sembra incredibile, qualcuno che mi paga riesco a trovarlo.

Ho detto, quindi, tanti anni fa: “Basta con il calcio giocato” e mi sono buttato tra le braccia della letteratura.

E il 7 novembre del 2021, quindici giorni fa, mi è venuta voglia di rifare la stessa cosa.

Ho finito da poco di leggere un libro sugli ultrà di calcio, Tifare contro, di Giovanni Francesio (che i lettori del Foglio conoscono bene).

Nei ringraziamenti, Giovanni scrive “questo libro non sarebbe mai stato nemmeno immaginato senza la curva della città in cui sono cresciuto e in cui vivo, e senza le migliaia di ragazzi che negli ultimi trent’anni l’hanno riempita della loro passione, e con i quali ho avuto il privilegio di passare alcuni dei giorni più belli e più brutti della mia vita”.

Ecco, il 7 novembre, si giocava Lecce Parma, io non ero in curva, non sono potuto andare a Lecce (avevo previsto, per il giorno prima, una presentazione a Bari che poi è stata spostata a Bergamo e ha reso impossibile la mia trasferta a Lecce) e la partita l’ho vista da casa, da solo, senza nessuno con cui condividere una delle partite più brutte della mia vita.

Abbiamo preso, nel primo tempo, quattro pere, come dicono a Parma, cosa che, nella più che centenaria storia del Parma Calcio, non era mai successa.

Buffon, il portiere, ha preso anche lui quattro pere in un tempo, cosa che, nella sua carriera che dura da 26 anni, non era mai successa neanche a lui.

Nel secondo tempo la partita non l’ho quasi guardata, la sentivo in cuffia e intanto mettevo in ordine in casa. Alla fine ho sentito l’intervista all’allenatore del Parma, Maresca, che ha detto che è rimasto sorpreso perché la partita l’avevano preparata “Non faccio per vantarmi, alla perfezione”.

Di quella serata solitaria non ho poi ricordi precisi, riporto soltanto la nota che trovo scritta nel mio quaderno: “Allenatori disponibili: Gattuso, Fonseca, Garcia, Nicola, Semplici, Giampaolo, Guidolin, Crespo”. Chissà cosa vuol dire.

Poi c’è stata la pausa delle nazionali, e si è tornati a giocare domenica 21.

Il Parma giocava in casa contro il Cosenza e io, andando a Parma in treno, ho fatto una cosa che faccio quasi sempre da quando, un paio di anni fa, ho comprato delle cuffie wireless che funzionano bene: ho sentito la radio.

C’era la Leopolda, e c’era un entusiasmo, nei leopoldini, singolarissimo; dicevano, in sostanza, i rappresentanti di Italia Viva che si alternavano al microfono, che loro sì, che erano bravi, mica gli altri, che invece eran cattivi: mi sembrava un messaggio così nuovo, così d’avanguardia, che, intanto che li ascoltavo, pensavo “Accidenti”.

E mi era sembrato che, se la cosa valeva per un partito che aveva una base elettorale, come si può dire, relativamente sviluppata, potesse valere anche per il Parma, per i nostri ragazzi, che dopotutto erano a soli tre punti dalla zona playoff (spareggi per la promozione) e che avevano avuto quindici giorni per preparare una partita contro una squadra, il Cosenza appunto, che era stata ripescata all’ultimo momento dalla serie C, che si dice avesse dovuto fare la campagna acquisti in un fine settimana e che non andava benissimo, era in zona playout (spareggi per la retrocessione).

La nostra rosa valeva otto volte quella del Cosenza, era la partita giusta per riprendersi, noi sì, che eravamo forti, altro che loro.

Povero Cosenza, devo aver pensato sul treno.

Poi sono arrivato allo stadio, son salito in tribuna stampa, ho tirato fuori il computer, il telefono, il quaderno, l’astuccio e ho letto la formazione che, c’è da dire, era strana.

Il Parma ha cominciato la stagione giocando con quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti; poi, a fine ottobre, contro il Cittadella, l’allenatore, Maresca, ha cambiato modulo, ha messo in campo tre difensori, cinque centrocampisti e due attaccanti. “Perché” ha spiegato dopo la partita, “il Cittadella soffre le squadre che giocano larghe”. La settimana dopo, contro il Vicenza, ha messo ancora tre difensori e cinque centrocampisti. “Si vede che anche il Vicenza soffre le squadre che giocano larghe”, ho pensato. La settimana dopo, contro il Lecce, ancora tre difensori e cinque centrocampisti. “Si vede che anche il Lecce, soffre le squadre che giocano larghe”, ho pensato. E adesso mi vien da dire: meno male che Maresca ha deciso di usare un modulo che il Lecce soffriva, perché altrimenti, magari, invece di quattro pere ne prendevamo dodici, forse.

La partita dopo, l’altro giorno, contro il Cosenza, ancora tre difensori e cinque centrocampisti.

Che io, mi ricordo, ho pensato “Ma possibile che tutti quelli che incontrano il Parma soffrono le squadre che giocano larghe?”.

Che strano.

Ho cercato in rete, c’era il commento di un tifoso che diceva: “Formazione offensiva, nel senso che è un insulto verso chi paga l’abbonamento”. Questo è un periodo che Maresca, l’allenatore del Parma, tra i tifosi del Parma ha un consenso che forse è perfino inferiore alla base elettorale di Italia viva.

Comunque, la partita è cominciata, dopo dodici minuti eravamo in vantaggio uno a zero.

Gol di Jurić su passaggio di Inglese.

Bene, se non fosse per il fatto che i giocatori del Parma quasi non hanno esultato. Come se non gli interessasse tanto. Una brutta sensazione.

Anch’io, devo dire, non ho esultato tanto.

Anche lo stadio, devo dire, non ha esultato tanto.

Come se non si fidassero delle apparenze.

E, a sentire intorno a me tutto questo scetticismo, ho pensato che il gol sarebbe stato annullato, per un fuorigioco, o per un fallo, invece no.

Era proprio un gol valido.

Uno a zero per noi.

Un vantaggio che non è mai stato messo in discussione per tutto il primo tempo.

Poi è cominciato il secondo tempo.

Sul mio taccuino, al cinquantaduesimo, cinquantatreesimo, cinquantacinquesimo e cinquantottesimo ho segnato altrettante occasioni per il Potenza. Al sessantaseiesimo ho scritto “È lunghissima”, nel senso che mancavano ancora 24 minuti più recupero e che era difficilissimo, arrivare fino alla fine della partita senza prendere gol.

Al settantesimo ho scritto: “Mamma mia!”, che è il commento di un giornalista di Parma dietro di me dopo un’azione del Cosenza che non si è capito, come hanno fatto a non fare gol.

Al settantratreesimo altra occasione per loro deviata in angolo da Buffon.

Sull’angolo la colpisce di testa Tiritiello e fa gol.

Uno a uno.

E gli ultimi venti minuti ci sono state altre due o tre occasioni del Cosenza. L’ultimo tiro della partita è stata una traversa, del Cosenza. Abbiamo pareggiato contro il Cosenza e ci è andata bene.

Mi sono alzato, ho guadagnato l’uscita, stavo per scendere le scale, ho sentito una signora che chiedeva a un suo conoscente “La prossima con chi è?”.

“Col Como”.

“Speriamo bene”, ha detto quella signora, e io avrei pensato che aveva ragione se non fosse che, con la speranza, io ho un brutto rapporto.

Mi ricordo sempre, quando penso alla speranza, quel che ha scritto una volta Samuel Beckett: “La speranza non è che un ciarlatano che non smette di imbrogliarci; e, per me, io ho cominciato a star bene solo quando l’ho persa. Metterei volentieri sulla porta del paradiso il verso che Dante ha messo su quella dell’inferno: Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate”, ha scritto una volta Beckett, e mi ha convinto.

Quindi, niente speriamo bene.

Disperiamo bene, piuttosto, ho pensato.

E son tornato a Casalecchio di Reno a tuffarmi tra le braccia della letteratura.

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