MarRc di Reggio Calabria, un Museo oltre i Bronzi

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MarRc di Reggio Calabria, un Museo oltre i Bronzi

Il MarRc, Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, famoso per ospitare le bellissime statue dei Bronzi di Riace, ha anche molto altro da offrire, ai visitatori, per scoprire e conoscere la storia greca ed ellenica della Calabria.

Il MarRc, nel museo non solo i Bronzi

Il MarRc, il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, è ospitato nel prestigioso Palazzo Piacentini, un edificio concepito per essere un museo e accogliere le numerose e significative testimonianze delle colonie della Magna Grecia in Calabria.

Anche l’esterno merita uno sguardo attento, perché sulla facciata principale sono visibili una serie di grandi decori che riproducono le monete delle città della Magna Grecia.

L’interno del MarRc è curato e ben strutturato, anche se essenziale: pareti bianche, illuminazione calda e accogliente, pavimenti neutri. Le opere, diverse per tipologia e dimensione, sono accolte in un ambiente idoneo che crea continuità tra i quattro piani in cui è strutturato il percorso storico dedicato essenzialmente alla Magna Grecia. Molto interessanti i video di accompagnamento ad alcune opere che facilitano la ricostruzione storica favorendo l’immaginazione.

Un percorso museale da vivere nella sua interezza

La prima sezione è dedicata alla Preistoria e alla Protostoria e fornisce una panoramica delle più antiche fasi di vita della Calabria, dalle prime testimonianze della presenza umana, risalenti a circa 600 mila anni fa, fino all’VIII sec. a.C. epoca in cui prende avvio la colonizzazione greca.

Interessante soffermarsi sul calco del graffito di Papasidero, che rappresenta un bue, o più probabilmente un bisonte, uno dei più significativi esempi di arte rupestre paleolitica in suolo italiano, e che proviene da un sito a dir poco eccezionale in tutto il panorama mondiale: una grotta, probabilmente luogo di devozione religiosa, in cui sono state trovate le sepolture cerimoniali di una decina di individui, uomini con particolarissimi mantelli ornati da migliaia di conchiglie e dipinti di terra rossa, sepolti con tutto il corredo funebre proprio davanti ad un enorme bovino inciso sulla parete di roccia.

Il calco del graffito rupestre di Papasidero Ph. In24/P. Russo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E mentre si cammina per gli antichi reperti dell’Età del Ferro (vasellame, armi, strumenti di lavoro e gioielli) la storia ricorda che nel VIII secolo a.C. i greci conquistarono la Calabria, dando vita a quella fiorente civiltà che passerà alla storia come Magna Grecia. Da questa terra deriva anche il nome della nostra Nazione.

Italia, infatti deriva dal vocabolo Italói, termine con il quale i greci designavano i Vituli (o Viteli), la popolazione che abitava l’odierna Calabria, i quali adoravano il simulacro di un vitello (vitulus, in latino). Il nome significa “abitanti della terra dei vitelli”. Fino all’inizio del V secolo a. C. con Italia si identificò solo la Calabria, in un secondo tempo il nome fu esteso a tutta la parte meridionale del Paese, solo nel 49 a. C. anche le regioni settentrionali della penisola presero il nome di Italia.

Nel percorso dal primo al secondo piano del MarRc, che ospita le città e i santuari della Magna Grecia, la guida racconta un altro mito: quello di Locri Epizefiri. La storia di Locri è una storia millenaria che inizia con l’arrivo sulle coste della Calabria meridionale, tra l’VIII ed il VII secolo a.C., di un nucleo di coloni provenienti dalla Locride, una regione povera dell’antica Grecia.

Un ruolo determinante nella fondazione della polis è dato da un’aristocrazia femminile ereditaria e titolare di proprietà terriere. Il mito narra che nei lunghi periodi in cui la polis rimaneva nelle mani delle donne, perché gli uomini erano in guerra, esse, che erano molto belle e forti, si unirono agli schiavi, garantendo così l’incremento demografico e la sopravvivenza.

In questo piano del museo è possibile, dunque, ammirare i numerosissimi corredi che coprono l’intero arco di vita della colonia che permettono di ricostruire non solo gli usi funerari, ma anche i molteplici aspetti della vita quotidiana. Di grande valore sono il vasellame figurato importato dall’Attica e prodotto localmente e gli specchi con sostegni configurati a statuette o manici ornati da complesse decorazioni a traforo.

Uno degli specchi conservato tra i reperti di Locri Epizefiri del MarRc Ph. In24/P. Russo

Interessante ed ampio il settore dedicato agli ex-voto tra cui è possibile ammirare i famosi pinakes, ossia tavolette in terracotta realizzate a matrice e dipinte a colori vivaci che recano scene connesse al culto di Persefone.

Merita attenzione la statua acrolitica di Apollo, protettore dei naviganti e dei mercanti di mare. L’acrolitico è un tipo di statua in cui le parti visibili come testa, mani e piedi erano realizzati in marmo, mentre le restanti con materiali quali legno, gesso, creta, ecc. Spesso queste statue venivano ricoperte con abiti di stoffa, parrucche, per dare maggiore sembianze umane agli dei.

Archeologia subacquea, la sezione che ospita i Bronzi

“Dulcis in fundo”, l’ultima sezione del MarRc, denominata Archeologia subacquea, è dedicata ai celeberrimi Bronzi di Riace. Un’intera stanza, ad accesso limitato, che ospita le statue dei due guerrieri e due teste virili.

Il “Bronzo 2” conservato nel MarRc di Reggio Calabria Ph. In24/P. Russo

Il “Bronzo 1” conservato al MarRc di Reggio Calabria Ph. In24/P. Russo

La storia moderna dei Bronzi inizia nel 1972 quando furono scoperti da un sub presso la località di Porto Forticchio a Riace Marina.

Dopo diversi interventi di restauro adesso splendono in tutta la loro maestosità nel Museo di Reggio Calabria. Quello che colpisce è la perfezione dei corpi, l’accuratezza dei particolari e la somiglianza tanto da essere, anche identificate come il vecchio e il giovane.

Entrambe le statue sono state realizzate con un sistema denominato “fusione a cera”. Questo sistema consisteva nel produrre la statua in cera e sulla successiva colatura di metallo fuso, in questo caso bronzo, all’interno della forma, che sciogliendo la cera ne prendeva la forma.

Questa antichissima tecnica è ancora utilizzata quando si richiede un pezzo di massima precisione, come per esempio per la costruzione degli elementi più importanti dei motori a reazione degli aerei. Entrambe le statue, alte quasi due metri, sono state realizzate dal medesimo maestro e raffigurano un oplita e un re guerriero.

Di notevole pregio, anche se meno conosciute, sono due teste bronzee: una nota come testa di Basilea, l’altra come il “Filosofo”.

La prima porta questo nome, perché venne acquistata dall’Antikenmuseum della città elvetica e nel 1986 restituita al governo italiano, in quanto risultata oggetto di un trafugamento illegale. Rappresenta una figura divina o un personaggio regale e si pensa che sia stata realizzata intorno alla metà del V sec. a. C. circa.

L’antica testa conosciuta come Testa di Basilea Ph. In24/P. Russo

La seconda, denominata del Filosofo, è una scultura bronzea risalente anch’essa al V secolo a.C. rinvenuta nel 1969 nel mare di Porticello, antistante le acque dello Stretto di Messina.

Non ci sono elementi per identificare con precisione il vecchio del ritratto: potrebbe trattarsi di un letterato o di un pensatore e l’appellativo “filosofo” è da intendersi in modo convenzionale.

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